Caregiver, la risoluzione approvata in Commissione IV

In base al rapporto del CENSIS 2015 in Italia sono più di 3 milioni, pari al 5,5% della popolazione, le persone che soffrono di difficoltà funzionali gravi (l’80 per cento sono anziani); 1,4 milioni si trovano all’interno della propria abitazione.

Si stima che a fronte di 200 mila anziani non autosufficienti ospiti di strutture residenziali siano oltre 2.500.000 coloro che sono in famiglia, in casa propria o di parenti, di cui si fanno carico con continuità famigliari e congiunti.

L’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ha stimato che siano oltre 3.300.000 le persone che, nel contesto familiare, si prendono cura regolarmente di adulti anziani, di malati e di persone disabili.

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Terzo settore, una risoluzione per valorizzare la rete territoriale dei Centri servizi per il volontariato

 

Più autonomia alle reti territoriali dei centri servizi per il volontariato. È questa la sollecitazione del Partito Democratico formalizzata con una risoluzione approvata in Commissione Sanità e Welfare.

Con la riforma del Terzo Settore, se da un lato ai CSV sono riconosciuti più compiti anche nella gestione delle risorse, dall’altro spinge verso una forte centralizzazione del sistema.

È costituito un Organo nazionale di controllo al quale fanno riferimento dieci organi territoriali. Emilia-Romagna e Marche saranno unite, a tal proposito, in unico ambito. L’organo nazionale accredita un CSV per ogni città metropolitana e per ogni provincia con territorio montano e confinante o in alternativa un CSV per ogni milione di abitanti.

Come riconosciuto anche dall’Assessorato regionale, tali criteri non garantiscono la tutela dei sistemi come quello emiliano-romagnolo fondati su logiche e servizi di prossimità alle organizzazioni di volontariato e sulla valutazione delle priorità territoriali.

Tali criteri, stando alla legge nazionale, potranno essere derogati in presenza di specifiche esigenze territoriali del volontariato o di contenimento dei costi, ma su esclusiva valutazione dell’Organo nazionale di controllo che potrà intervenire con atto motivato. In ogni caso il numero massimo di centri servizi accreditabili in ciascuna regione non potrà superare il numero di quelli già istituiti all’entrata in vigore del decreto attuativo della riforma, emanato lo scorso febbraio.

In Emilia e in Romagna infatti, la rete dei Centri servizi per il volontariato è ben radicata e sostiene decine e decine di organizzazioni di volontariato che spesso sono di piccolissime dimensioni, garantendo loro supporto gestionale e burocratico.

La Regione Emilia-Romagna si attiverà in tutte le sedi più opportune, coinvolgendo il Governo e la conferenza permanente Stato-regioni affinché sia valorizzata l’autonomia organizzativa della rete dei centri servizi per il volontariato.

Qui il testo della RISOLUZIONE

Lavoro e competenze. I corsi attivati a Reggio e provincia tramite il Fondo sociale europeo

Approvati con la con Delibera di Giunta Regionale n. 33, i corsi rivolti a persone in cerca di occupazione sono stati finanziati con risorse del Programma Operativo Fondo sociale europeo 2014/2020.

I percorsi sono stati selezionati dalla Regione tramite l’avviso pubblico Allegato 1 alla Delibera di GR 1200 del 25/07/2016 e sono stati approvati con Delibera di GR n. 33 del 23/01/2017.

Organizzati da enti di formazione accreditati dalla Regione, di durata compresa fra le 240 e le 600 ore, rilasciano al termine un certificato di competenze oppure un certificato di qualifica professionale.

Sono finanziati con risorse del Fondo sociale europeo 2014/2020 nell’ambito dell’Obiettivo Tematico 8 – priorità di investimento 8.1 “Accesso all’occupazione per le persone in cerca di lavoro e inattive, compresi i disoccupati di lunga durata e le persone che si trovano ai margini del mercato del lavoro, nonché attraverso iniziative locali per l’occupazione e il sostegno alla mobilità professionale”.

Qui i corsi finanziati a Reggio e provincia. 

Gioco d’azzardo, la Regione premia gli esercizi commerciali ‘Slot freER’

Gli esercizi commerciale liberi da slot machine favoriti nella concessione di finanziamenti regionali. La Giunta ha approvato la direttiva che stabilisce, d’ora in poi, criteri di priorità e premialità nell’attribuzione di fondi a vantaggio dei locali con il marchio Slot freER, voluto dalla Regione per quei titolari che rinunciano a installare apparecchiature in grado di corrispondere vincite in denaro.

In base al documento, le strutture amministrative regionali – intese come servizi che fanno capo alle Direzioni generali, alle Aziende sanitarie e alle Agenzie regionali – sono tenute a prevedere, nella determinazione dei criteri e delle modalità di erogazione di benefici economici, il 5% (o un punteggio aggiuntivo pari al 5%) del punteggio finale complessivo per la definizione della graduatorie nei casi in cui ci si rivolga specificamente agli esercizi commerciali, ai gestori dei circoli privati e di altri luoghi deputati all’intrattenimento. L’amministrazione regionale si farà carico di promuovere la direttiva presso i Comuni, titolari della delega per il rilascio del marchio regionale Slot freER.

Andranno inoltre a progetti presentati da venticinque Comuni dell’Emilia-Romagna (e Unioni di Comuni) i 150mila euro messi a bando dalla Regione per contrastare la dipendenza dal gioco d’azzardo. La Giunta ha infatti approvato anche la graduatoria per la concessione dei contributi agli enti locali per iniziative di supporto agli esercenti che aderiscono sempre al marchio Slot freER.Obiettivo, come per altre iniziative messe in campo dalla Regione, è contrastare i fenomeni di dipendenza dal gioco d’azzardo e ridurre l’impatto e le ricadute sulla collettività in termini di costi, sicurezza e legalità.

 

I contributi e la graduatoria degli ammessi
La concessione di contributi da parte della Regione per attività di prevenzione, riduzione del rischio e contrasto alla dipendenza dal gioco d’azzardo patologico è prevista dalla legge regionale 5 del 2013.
Nel reggiano, i contributi assegnati con il bando 2016 andranno ai progetti – che contengono azioni a supporto della campagna regionale Slot freER – presentati dal Comune di Correggio, Comune di Casalgrande, Comune di Bibbiano, Comune di Rubiera, Comune di Quattro Castella, Comune di Campagnola Emilia. I progetti, con avvio (in base al bando) dall’1 gennaio 2017, dovranno concludersi entro il 31 dicembre di quest’anno.

Reddito di solidarietà – Una riflessione su “La Libertà”

 

Non un reddito minimo, ma una rete di protezione, una mano tesa a chi si trova in condizione di povertà e vuole rialzarsi. Si tratta del Reddito di solidarietà, divenuto legge in Emilia Romagna. La misura prevede un beneficio economico fino a 400 euro al mese; condizione per l’accesso, mediante domanda ai Servizi sociali del proprio Comune di residenza, è un Isee pari o inferiore ai 3 mila euro annui. Sarà poi lo stesso Comune a seguire i beneficiari con progetti di reinserimento personale in grado di coinvolgere l’intera famiglia, dal fronte del lavoro a quello della frequenza scolastica, passando per la cura dell’alloggio.

Per il Reddito di solidarietà la Regione ha stanziato 35 milioni di euro, che si sommano ai 37 previsti per l’Emilia-Romagna dalla misura nazionale entrata in vigore lo scorso settembre: il Sostegno per l’inclusione attiva. Anche questo provvedimento va a famiglie con Isee inferiore a 3.000 euro, ma a differenza del Reddito di solidarietà pone altre condizioni, fra le quali, ad esempio, la presenza in famiglia di almeno un minore o un figlio adulto disabile o una persona in stato di gravidanza. Nelle nostre intenzioni, il Reddito di solidarietà dovrebbe dunque «completare» il Sostegno per l’inclusione attiva: mentre quest’ultimo va alle sole famiglie povere con almeno un minore, il Reddito di solidarietà è disponibile a tutti i nuclei sotto i 3 mila euro, purché siano residenti da almeno due anni in Emilia Romagna.

Questo lavoro fa riferimento a una visione del welfare ben precisa. Non c’è dubbio, infatti, che il sistema di protezione sociale del nostro Paese, quindi anche della nostra Regione, non riesca a comprendere appieno quelle novità di disagio davanti alle quali la società lo pone. La sfida del nostro tempo è anche quella di cercare di dare risposte che aiutino chi ancora soffre, senza cadere nell’assistenzialismo. La nostra Repubblica è fondata sul lavoro e a questo obiettivo bisogna tendere, puntando sull’inclusione e sul reinserimento della persona nella società grazie alla dignità di un’occupazione, non a elemosine.

Per il Reddito di solidarietà ci siamo basati su tre assunti principali. Il primo: l’allargamento della platea, quindi l’idea di integrare l’intervento del Governo. Oltre a famiglie con minori, andiamo dunque a portare un aiuto a persone sole o ad anziani a basso reddito. Secondo punto. Una visione progressista del welfare: non vogliamo far vivere le persone senza lavorare, l’aiuto pubblico non deve essere un salvagente a vita. Controlleremo l’efficacia dello strumento, ecco perché abbiamo inserito tanti paletti, vincoli, monitoraggi, cautele affinché il patto di reinserimento possa funzionare al meglio. Il reddito di solidarietà, inoltre, potrà essere concesso per non più di 12 mesi. Terzo punto: una responsabilità sostenibile, in grado di raggiungere degli equilibri anche tra le politiche pubbliche della Regione, tra i servizi che questa Regione offre.

Infine, due considerazioni: dobbiamo cercare di raggiungere sempre più un welfare in grado di diversificarsi rispetto ai bisogni a cui deve rispondere, addirittura riazzerarsi qualora si capisca che la risposta data non risulti sufficiente. Se le politiche pubbliche non funzionano si interrompono e si rivedono. In secondo luogo, impegnarsi a ridurre le diseguaglianze sociali ed economiche è fondamentale perché i cittadini conservino un sentimento di appartenenza alla vita democratica. Sostenibilità, responsabilità, allargamento della platea. Combinando pragmatismo, diritti e doveri, abbiamo compiuto un piccolo passo per il contrasto alla povertà estrema. Siamo la prima Regione italiana a dotarsi di una misura simile; una risposta comunque sperimentale e come tale da verificare nei mesi a venire. Siccome la povertà talvolta rischia di toccare i giovani, in difficoltà nella ricerca del lavoro, ho lavorato ad un documento che impegna la Regione “ad attivarsi presso il Governo affinché renda possibile, per le singole regioni, utilizzare le somme stanziate ma non spese per il sostegno per l’inclusione attiva, in azioni di sostegno all’occupazione giovanile”. Non siamo rimasti a guardare le sofferenze delle persone, ora dobbiamo osservare l’efficacia dello strumento.

20 milioni di euro per l’inserimento al lavoro e l’inclusione sociale delle persone fragili e vulnerabili

Orientamento, accompagnamento al lavoro, sostegno nei contesti lavorativi e formativi, tirocini, formazione e certificazione delle competenze per sostenere le persone fragili e vulnerabili nei percorsi di inclusione sociale attraverso il lavoro.

Sono interventi di politica attiva del lavoro che saranno finanziati con 20 milioni del Fondo Sociale Europeo, per dare prima attuazione alla legge regionale 14 del 2015 per l’inserimento al lavoro, l’inclusione sociale e l’autonomia attraverso il lavoro delle persone in condizione di fragilità e vulnerabilità.

Il bando dà risposta ai fabbisogni individuati in 38 Accordi di programma e nei relativi Piani integrati territoriali, rendendo disponibili in ciascun ambito distrettuale misure di politica attiva che possano garantire alle persone fragili e vulnerabili di realizzare un programma di interventi personalizzato e integrato, definito insieme ad un’equipe multiprofessionale costituita da operatori dei servizi per il lavoro, del sociale e della sanità.

L’invito è rivolto agli enti accreditati per la formazione e a quelli che avranno presentato alla data di scadenza del Bando domanda di accreditamento dei servizi per il lavoro (Prestazioni per l’inserimento lavorativo e l’inclusione – Area 2 di Accreditamento), enti questi ultimi che opereranno nell’ambito della Rete Attiva per il Lavoro costituita dai servizi pubblici e dai privati accreditati, coordinata dall’Agenzia Regionale per il Lavoro e volta a  rafforzare i servizi per chi cerca e occupazione e rispondere con efficacia, specializzazione e innovazione alle esigenze dei cittadini e del sistema economico-produttivo. Il bando per l’accreditamento dei servizi per il lavoro è aperto dal 19 dicembre 2016 e prevede, al fine di procedere con l’approvazione di un primo elenco di soggetti accreditati, una prima scadenza il 16 gennaio 2017.
La  definizione del Programma di intervento integrato e personalizzato sarà a cura dell’equipe multi-professionale referente per ambito distrettuale, e si comporrà delle misure di politica attiva che saranno finanziate in esito a questo bando e di ulteriori interventi tra cui azioni di supporto alla persona, alla famiglia e rete sociale (sostegno alla genitorialità), azioni di integrazione sociale (corsi di lingua italiana e mediazione culturale per immigrati), azioni volte a favorire la permanenza al domicilio in ottica conciliativa (assistenza alle persone parzialmente non autosufficienti o non autosufficienti tramite servizi di assistenza domiciliare), contributi economici per servizi alla persona, per cure o prestazioni sanitarie, per servizi trasporto e mobilità, per i servizi scolastici, per l’alloggio, per  buoni spesa o buoni pasto o a integrazione del reddito familiare e azioni di accoglienza abitativa temporanea finalizzate al reinserimento sociale e alla riacquisizione dell’autonomia.

Tra le misure di politica attiva finanziabili oltre alle attività di orientamento, di incrocio domanda/offerta e di sostegno alle persone nei contesti formativi o lavorativi, anche tirocini di orientamento specialistico, certificazione delle competenze, scouting delle opportunità occupazionali e sostegno nella fase di inserimento al lavoro.

I progetti dovranno essere presentati entro le ore 12 del 9 febbraio 2017.

Lunedì 16 gennaio alle ore 14.30 presso la Sala “20 maggio 2012” in viale della Fiera 8 a Bologna è previsto un incontro tecnico per presentare le modalità e le procedure informatiche di progettazione.

Il Reddito di solidarietà è legge: un sostegno concreto per persone e famiglie in difficoltà economiche

Ieri abbiamo approvato la legge che istituisce il Reddito di Solidarietà. Il Reddito di solidarietà prevede fino ad un massimo di 400 euro al mese per un anno, un sostegno concreto a chi sta peggio per superare le difficoltà economiche personali e del proprio nucleo familiare. Un aiuto a chi prova a uscire da una situazione critica attivandosi in percorsi di impegno sociale, formazione, inserimento lavorativo. Non una misura assistenziale ma un aiuto a chi si trova temporaneamente in difficoltà.
Uno strumento che potrebbe interessare 80 mila persone, corrispondenti a circa 35 mila nuclei familiari residenti in Emilia-Romagna in condizione di grave povertà. Famiglie composte soprattutto da giovani coppie con tre o più figli a carico, single, anziani con bassissimo reddito e che nel complesso rappresentano quasi il 2% dei nuclei residenti in regione (dati: Università di Modena e Reggio Emilia, ottobre 2016).

 


Al Reddito di solidarietà sono stati destinati 35 milioni di euro stanziati dalla Giunta regionale che si aggiungo ai 37 milioni che lo Stato ha erogato all’Emilia-Romagna per il Sostegno all’inclusione attiva (Sia), misura attiva di contrasto alla povertà che la legge di Stabilità 2016 ha esteso a tutto il territorio nazionale e che il Res affiancherà e integrerà. Il Reddito di solidarietà regionale amplia però la platea dei potenziali fruitori: nel Sia, infatti, si richiede la presenza all’interno del nucleo familiare di un minore, o di un figlio disabile, o di una donna in stato di gravidanza, condizioni non richieste dal Res, destinato a qualsiasi tipo di nucleo familiare, anche composto da una sola persona, per rispetto del principio universalistico.
La legge è stata approvata col voto favorevole di Pd e Sel, l’astensione del M5s, il voto contrario di Lega e Fi (Fdi e AltraEr assenti).

Ammortizzatori sociali, platea più ampia e fondi maggiori per la cassa integrazione in deroga

Lavoratori artigiani, commercianti e altre categorie sospese da datori di lavoro beneficiari dei fondi di solidarietà o di integrazione salariale. Si allarga la platea dei beneficiari di ammortizzatori sociali in deroga, e i fondi a disposizione aumentano di 7 milioni di euro, con anche una dilatazione dei termini di presentazione delle richieste.

Lo ha definito il Tavolo tecnico di monitoraggio degli ammortizzatori sociali in deroga, composto da associazioni di categoria e sindacati e istituzioni, che si è riunito in viale Aldo Moro per integrare l’intesa siglata il 18 novembre scorso, a seguito dei chiarimenti pervenuti dal ministero del Lavoro il 5 dicembre.
Sono stati quindi individuati nuovi beneficiari ai sensi dell’art. 44 comma 6-bis del Dlgs 148/2015.

Nei prossimi giorni la Giunta regionale dell’Emilia-Romagna recepirà l’intesa e definirà le ulteriori modalità di accesso. Per sostenere l’ampliamento dei beneficiari, la dotazione delle risorse per gli ammortizzatori sociali è aumentata di 7 milioni di euro, passando da 25,5 a 32,5 milioni e il termine per le domande è stato posticipato al 21 dicembreprossimo dal 7 dicembre. Le risorse, statali affidate alle regioni, potranno essere utilizzate entro il giugno 2017.

Case della salute, più vicine ai cittadini e più integrazione tra professionisti

Sempre più medicina di iniziativa, ovvero servizi che non aspettano il cittadino “sulla soglia”, ma sono in grado di andargli incontro, raccogliendo la sua domanda di salute prima che si trasformi in un aggravamento o una complicazione. Sempre più integrazione concreta tra i professionisti (non solo della sanità, ma anche del sociale), continuità dell’assistenza con l’ospedale e partecipazione della comunità locale (volontariato, associazionismo), elemento chiave per migliorare la promozione della salute.

E’ questa la direzione indicata dalla Regione per quanto riguarda le Case della salute, strutture dedicate alle cure primarie dove vengono erogati servizi e prestazioni sanitarie, socio-sanitarie e sociali che non necessitano di ricorso all’ospedale. La Giunta regionale ha approvato infatti nei giorni scorsi le nuove linee organizzative e assistenziali, a distanza di 6 anni dall’avvio dell’esperienza e dopo oltre un anno di confronti con professionisti e operatori, medici e pediatri di famiglia, enti locali, sindacati: confronti che hanno permesso di verificare quanto fatto finora e “mettere a sistema” le buone pratiche emerse nei territori.

Attualmente sono 84 le Case della salute in Emilia-Romagna, diffuse in modo capillare in tutta la regione e con un bacino di utenza di quasi 2 milioni di residenti. La maggior parte si trova in aree rurali e di collina, poi in aree montane e nei capoluoghi di provincia. Finora sono stati spesi 68,2 milioni di euro per le Case già operative, ne sono programmate altre 38 per circa 52,6 milioni di euro (che comprendono anche risorse destinate alle strutture delle aree colpite dal sisma del 2012).

 

Le nuove linee guida: quattro “aree integrate”
D’ora in poi le Case della salute non saranno più pensate a partire dai servizi, ma per aree integrate. Questo significa che la presa in carico della persona avverrà con percorsi chemettono insieme professionisti e servizi diversi. Un processo già in corso, di fatto, in molte realtà, ma non ancora uniforme in tutta la regione. Quattro le aree integrate individuate: prevenzione e promozione della salute; popolazione con bisogni occasionali-episodici; benessere riproduttivo, cure perinatali, infanzia e giovani generazioni; prevenzione e presa in carico della cronicità. Un esempio: nella Casa della salute, oltre l’ostetrica, c’è il medico di medicina generale, il pediatra, la pediatria di comunità e le associazioni delle mamme. Insieme costituiscono l’area “benessere riproduttivo, cure perinatali, infanzia e giovani generazioni”, che nasce da un lavoro d’integrazione.

La sfida, infatti, consiste proprio nel realizzare quell’“integrazione orizzontale” che è il vero valore aggiunto delle Case della salute, la collaborazione e la condivisione di obiettivi e azioni tra tutti i protagonisti: medici e pediatri di famiglia, dipartimenti territoriali e ospedalieri delle Aziende sanitarie, servizi sociali, la comunità (cittadini singoli e associazioni). Tutto questo attraverso un programma formativo rivolto ai professionisti che lavorano nella Case, accompagnato da interventi di supporto attivati a livello regionale, che derivano dalle esperienze virtuose emerse nelle singole realtà. In quest’ottica nella Casa della salute assume sempre più valore l’accesso alla struttura, il momento dell’accoglienza della persona e dell’orientamento: una funzione che garantisce a tutti equità di accesso ai servizi e che in molte realtà è oggi consolidata grazie alle organizzazioni di volontariato. Un ruolo centrale, infine, è svolto dai medici e pediatri di famiglia: il lavoro d’équipe a cui sono portati all’interno delle Case, con infermieri e altri medici, consente di intervenire in modo più tempestivo e appropriato, per esempio nella gestione di patologie croniche (diabete, prevenzione del rischio cardiovascolare).

Oltre 30 milioni per il contrasto a povertà ed esclusione sociale, abbattimento barriere architettoniche e aiuti per pagare l’affitto

Fondi per abbattere le barriere architettoniche presenti in abitazioni e condomini, con l’accoglimento di tutte le richieste arrivate; aiuti alle famiglie – fino a un massimo di 12 mila euro pro capite – per saldare le rate scadute dell’affitto e, ancora, il sostegno ai servizi sociali e sociosanitari sul territorio, a partire da quelli per l’infanzia e i nuclei famigliari, per contrastare la povertà e l’emarginazione. Il tutto grazie allo stanziamento di oltre 30 milioni di euro destinati a misure per le fasce sociali più deboli.

Nella seduta di ieri, infatti, la Giunta regionale ha approvato tre atti che per il 2016 assegnano ai Comuni e alle loro forme associate rispettivamente 1,5 milioni di euro  del Fondo regionale per la concessione di contributi a fondo perduto destinati all’eliminazione di barriere architettoniche in edifici privati, 23 milioni del Fondo sociale regionale per evitare l’esclusione sociale e i quasi 6 milioni di euro del Fondo nazionale per la morosità incolpevole stanziati dallo Stato e messi a disposizione dell’Emilia-Romagna per quest’anno.

 

Fondo regionale per l’eliminazione e il superamento delle barriere architettoniche

Un milione e mezzo di euro in più che va ad aggiungersi a quelli già previsti dal Piano casa (2 milioni di euro). Aumentano in questo modo le risorse contenute nel Fondo regionale, che dispone la concessione di contributi a fondo perduto per abbattere le barriere architettoniche in edifici privati.

L’intervento consente di far fronte alla totalità dei contributi richiesti dalle 516 famiglie che hanno diritto a un contributo in base al fondo regionale istituito con la legge regionale del 2013. Tra le richieste, 394 riguardano persone totalmente invalide, 122 si riferiscono a forme di invalidità parziale.

In Emilia-Romagna, su un totale di 334 Comuni sono 167 a concorrere a determinare il fabbisogno per gli interventi. Rispetto alle singole province, le richieste di contributo arrivano: 19 da Piacenza, 52 da Parma, 65 da Reggio Emilia, 63 da Modena, 127 da Bologna, 27 da Ferrara, 60 da Ravenna, 58 da Forlì-Cesena e 45 da Rimini.

 

Fondo nazionale per la morosità incolpevole

Quasi 6 milioni di euro stanziati dallo Stato (59,7 milioni di euro ripartiti per il 70% tra le Regioni in proporzione al numero dei provvedimenti di sfratto emessi dell’autorità giudiziaria al 31 dicembre 2015) e messi a disposizione dell’Emilia-Romagna per il 2016 per aiutare i cosiddetti inquilini morosi incolpevoli, ovvero persone non più in grado di pagare l’affitto di casa. Le ragioni possono essere diverse: perché hanno perso il lavoro, perché colpite da una grave malattia oppure perché vittime di un infortunio.

L’aiuto consiste in un contributo pro capite, fino a un massimo di 12 mila euro, che può essere utilizzato sia per saldare le rate scadute dell’affitto sia per far fronte ad alcune mensilità future, in modo da non mettere la famiglia nelle condizioni di ricadere nella morosità.  Con il provvedimento approvato dalla Giunta, le risorse vengono distribuite tra 100 Comuni emiliano-romagnoli, 39 dei quali (compresi i capoluoghi di provincia) definiti ad alta tensione abitativa e i restanti 61 ad alto disagio abitativo con più di 10 mila cittadini residenti. Ai Comuni ad alta tensione abitativa, dove nel 2015 sono stati decretati 4.377 sfratti, andranno 4,445 milioni di euro (75% delle risorse previste per il 2016). L’altro 25%, pari a 1,5 milioni di euro, andrà invece assegnato ai Comuni ad alto disagio abitativo con popolazione superiore ai 10 mila residenti dove sono stati emessi 1.168 provvedimenti di sfratto.

 

Fondo sociale regionale

È di 23 milioni di euro la somma stanziata dalla Regione a favore dei Comuni e loro unioni per i servizi sociali del territorio. Di questi, 7,5 milioni integrano la programmazione 2016 e i rimanenti 15,5 faranno parte della programmazione 2017. L’obiettivo è sostenere in particolare i progetti di contrasto alla povertà estrema e all’impoverimento generato dalla crisi economica, contrastare l’esclusione sociale, favorire l’integrazione sociale degli immigrati, offrire sostegno alle famiglie.