LA SALUTE DEI CITTADINI NON PUÒ ATTENDERE

*Lettera pubblicata su La Libertà – Settimanale cattolico reggiano nell’edizione del 30 aprile 2024

Liste di attesa lunghissime spingono i cittadini più benestanti a rivolgersi alla sanità privata, mentre gli altri, spesso, rinunciano a curarsi. Secondo l’Istat, nel 2023, hanno rinunciato alle cure il 7,6% dei cittadini italiani, cioè oltre 4,5 milioni di persone.

L’Istat scorpora anche i motivi delle rinunce. È raddoppiata la quota di chi ha rinunciato per problemi di lista di attesa, passando dal 2,8% nel 2019 al 4,5% nel 2023. Sono invece stabili le rinunce per motivi economici, da 4,3% nel 2019 a 4,2% nel 2023, ma comunque in aumento rispetto al 2022: +1,3 punti percentuali in un anno.

Sono quindi anche le liste di attesa ad allontanare i cittadini dalla sanità pubblica. Per chi, come noi, crede in una sanità pubblica di qualità e per tutti, questa situazione è inaccettabile perché colpisce le persone più fragili che invece hanno bisogno di maggior cura e protezione.

Come Presidente della Commissione Salute e Welfare della Regione Emilia-Romagna, mi sono impegnata insieme ai colleghi per attivare con urgenza un Piano Straordinario con l’obiettivo di garantire 1 milione di prestazioni in più già nel 2024. Abbiamo investito subito 30 milioni di euro per contenere i tempi di attesa delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e per la realizzazione dei piani di produzione.

L’investimento prevede misure urgenti che verranno attuate già entro l’estate da parte di tutte le Aziende sanitarie, con un duplice obiettivo: incrementare il numero di prestazioni specialistiche disponibili e semplificare il sistema di prenotazione.

Queste le innovazioni principali:

  • Incremento del 20% di esami diagnostici e visite specialistiche;
  • ⁠agende sempre aperte e disponibilità a 24 mesi per rendere effettiva la possibilità di prenotare le prestazioni;
  • ⁠preliste con registrazioni progressive e in ordine cronologico per aiutare i cittadini nella prenotazione.

Sarà quindi l’azienda sanitaria a ricontattare il paziente se al momento della prenotazione non fosse disponibile una data per la prestazione. In caso di prima visita il cittadino avrà a disposizione agende aperte e tempi definiti per ricevere un appuntamento. Invece, le date per le visite di controllo verranno comunicate automaticamente come da indicazioni dello specialista.

Nel frattempo la riorganizzazione della Rete di emergenza-urgenza, con l’introduzione dei Cau (i Centri di Assistenza e Urgenza) procede con risultati molto positivi. Si tratta dell’innovazione introdotta in tutta la nostra Regione per evitare la privatizzazione (o addirittura la chiusura) di molti Pronto Soccorso, garantendo prestazioni tempestive ai pazienti che si rivolgono alla Sanità per le urgenze sanitarie a bassa complessità. Ciò ha anche consentito di alleggerire la pressione sui PS garantendo turni e carichi di lavoro più sostenibili per i professionisti sanitari.

Il 66% degli accessi nei PS riguarda infatti codici bianchi o verdi, generando lunghe attese. Il CAU affronta questa criticità prendendo in carico i problemi di salute urgenti, ma non gravi. Nei primi cinque mesi di attività, si sono superati i 112mila accessi ai Centri di assistenza urgenza dell’Emilia-Romagna che oggi sono 31 e che a fine anno saranno 50.

Nonostante i tagli del Governo alla Sanità, l’Emilia-Romagna si sta dunque battendo con forza per la difesa della sanità pubblica e universalistica. È questo per noi l’unico modello sanitario capace di proteggere indistintamente tutte le persone: ci siamo impegnati e ci impegneremo a sostenerlo e rafforzarlo.

Ciò tuttavia non basta. Sono consapevole che, tutti insieme, dovremo fare ancora di più e ancora meglio per consentire alle persone, alle famiglie, a tutta la comunità, di vedere garantiti benessere e salute, diritti fondamentali previsti dalla Carta costituzionale.

Ottavia Soncini – Consigliera regionale Pd, Presidente della Commissione Politiche per la salute e Politiche sociali

INVERNO DEMOGRAFICO E PAURA DEL FUTURO | Il ruolo dei cattolici impegnati in politica

*Lettera pubblicata su La Libertà – Settimanale cattolico reggiano nell’edizione del 19 marzo 2024

I dati Istat, che verranno pubblicati nei prossimi giorni, riportano un dato implacabile: 380mila nascite contro 660mila morti.

Come ha affermato Papa Francesco nella giornata internazionale della famiglia 2023, la nascita dei figli è l’indicatore principale della speranza di un popolo. Il nostro è un tempo complesso dove molti giovani vivono nella paura del futuro. Nella nostra città, nel nostro paese, moltissime persone pensano al mondo di domani come un luogo peggiore del presente.

Il tempo del Covid ha accelerato questa paura del futuro che albergava già da tempo nel cuore della comunità. L’allarme permanente per i cambiamenti climatici che, se non affrontati adeguatamente, rischiano di rendere inospitale il nostro pianeta e le tante guerre vicino a noi, ci fanno sentire poi ancor più fragili e impotenti di fronte a questioni enormi che investono milioni di persone nel paese, in Europa, nel mondo.

I dati sull’aumento della sofferenza psicologica dei nostri ragazzi sono impressionanti: il 27,5% degli adolescenti vive sintomi di ansia, il 13,8% denuncia sintomi depressivi e il fenomeno cresce (dati di Massimo Ammaniti).

Fa riflettere il fatto che, anche dove si sono messe in campo politiche familiari decennali (Francia, Germania, Svezia) e proprio laddove aumenta il benessere e l’uguaglianza di genere, non si raggiunge comunque il famoso numero dei 2 figli a donna per mantenere la popolazione in sostanziale equilibrio tra generazioni. Ci si avvicina, si galleggia intorno ma non si supera e a volte si scende: 1,24 in Italia, il valore più basso d’Europa; 1,8 in Francia, il più alto d’Europa.

Mettere al mondo un bambino sottende un progetto di vita che guarda al domani come l’opportunità di costruire un mondo migliore. La cultura di oggi sembra invece spesso ‘nemica’ della famiglia, cultura che occorre oggi contrastare con uno straordinario sforzo educativo a partire dalla famiglia, per arrivare alla scuola e all’intera società. Servono investimenti poderosi e di lungo periodo per restituire fiducia in valori e ideali comuni, che sono alla radice delle nostre comunità.

A proposito di paura del futuro c’è un dato che mi ha colpita: a Bologna nel 1944, sotto le bombe naziste, si mettevano al mondo più figli rispetto al 2023.

Nella società dei diritti viene troppo spesso messo in secondo piano quello di avere i figli che si desiderano negli anni della vita in cui è possibile averli. Alla preoccupazione per il futuro si legano poi impedimenti materiali oggettivi: costi degli affitti o dei mutui proibitivi, stipendi inadeguati, precarietà del lavoro, costi crescenti per sanità, istruzione, servizi, barriere per le mamme che lavorano.

La gioia di mettere al modo un figlio, più che un diritto, rischia di diventare un lusso che in pochi possono permettersi.

I tanti cattolici che servono la comunità attraverso la politica hanno oggi più che mai il dovere di attivarsi in prima persona, come previsto dalla nostra Costituzione, affinché tornino ad essere prioritarie le politiche pubbliche volte a sostenere, agevolare, incoraggiare chi ha il desiderio di mettere al mondo nuove vite. Per questo servono politiche lungimiranti, che predispongano un terreno fertile per promuovere una nuova primavera e dissolvere questo inverno demografico, ricreando condizioni affinché possa rifiorire in tutti la speranza nel futuro.

Guardando negli occhi i miei figli mi rendo conto che la vita ha una forza straordinaria. Per questo abbiamo il compito educativo, prima ancora che politico, di far conoscere a tutti la meravigliosa esperienza di trasmettere la vita.

Ottavia Soncini – Consigliera regionale Pd, Presidente della Commissione Politiche per la salute e Politiche sociali

La mia intervista sul tema del “fine vita”

Ecco la mia intervista completa sul “fine vita” in Emilia-Romagna pubblicato sulla Gazzetta di Reggio del 19 febbraio 2024.

Presidente Soncini, la proposta di legge “Coscioni” sul suicidio assistito è stata assegnata alla sua Commissione, lei fino ad ora non si è ancora espressa…

Tra le istituzioni e i cittadini ci sono i partiti che devono riempire spazi di riflessione partendo dall’ascolto delle persone e dallo studio della materia. La politica ora si sta esprimendo su un tema complesso e delicato, che tocca la coscienza di ciascuno, con posizioni diverse. Ritengo fuorviante ridurre tutto ad una contrapposizione tra laici e cattolici, tra destra e sinistra, tra fautori della vita o della morte.

La proposta in Regione quando si discuterà?

Come Presidente di Commissione svolgo un ruolo di garanzia, i tempi di calendarizzazione saranno oggetto di un confronto fra le forze politiche. L’ordine con cui vengono affrontati gli argomenti viene concordato insieme.

Lei ritiene che la maggioranza delle persone sia a favore o contro il suicidio assistito?

Penso che le persone chiedano, prima di tutto, di non essere lasciate sole in un momento di disperazione e di non soffrire. Se dovesse capitare a me una prognosi infausta di malattia, chiederei cure palliative e sedazione profonda continua: non sono per l’accanimento terapeutico.

A Reggio le cure palliative sono garantite?

Partiamo dai dati. Le persone in carico alla Rete Locale delle Cure Palliative (RLCP) dell’AUSL di Reggio sono state circa 2.000 nel 2022, parliamo di assistenza domiciliare, due hospice, unità di cura palliative ospedaliera e ambulatori. Il 68% delle persone decedute a causa di patologie oncologiche sono state assistite dalla RLCP. Le cure palliative sono uno strumento fondamentale che non solo si prende cura della persona nei suoi bisogni fisici, psicosociali e spirituali, ma anche dei familiari spesso molto provati. Inoltre, è possibile rispettare le scelte dei pazienti grazie alle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT).

Stiamo parlando della volontà delle persone di poter scegliere e rifiutare, ad esempio, quello che è l’accanimento terapeutico.

Penso sia doveroso fare un approfondimento su un potenziamento della legge 219/2017 che consente le DAT, ovvero di mettere su carta le volontà in merito ai trattamenti sanitari alla fine della vita, il luogo di cura, le preferenze assistenziali, la cura spirituale, la nomina di un fiduciario. Oggi è già possibile anche una sospensione di alcune procedure, se non ritenute adeguate alla personale idea di dignità della vita, e il divieto ad una ostinazione irragionevole nelle cure. Per chi ha una diagnosi infausta di malattia, la stessa legge prevede la pianificazione condivisa delle cure e una condivisione delle scelte terapeutiche.

La sentenza della Corte costituzionale dice chiaramente che a determinate condizioni non viene considerato reato l’aiuto al suicidio assistito.

Il suicidio medicalmente assistito è una scelta estrema e irreparabile. Lo dico da persona che crede nella laicità delle istituzioni: qui si riconosce all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire. Il suicidio assistito diventa una liberazione per porre fine alle sofferenze. Temo la cultura del dominio e del controllo di tutto, che porta alla pretesa di morire quando si vuole e infrange il senso del limite. È un discorso etico e di umanesimo. Ricordo che dove vengono praticate le cure palliative la richiesta di suicidio assistito è circa 10 volte inferiore, secondo uno studio dell’Università di Padova e dell’Ateneo di Bologna. Sensibilizzare e promuovere la cultura dell’aver cura che si respira in tante strutture del nostro territorio significa infondere la speranza in un mondo che valorizza la dignità della persona.

Cosa pensa della proposta di legge “Coscioni”?

A mio avviso, e qui parlo come Consigliera regionale, in uno Stato di diritto la cornice giusta è quella di una legge nazionale. Il Parlamento ha già legiferato sul fine vita con la buona legge sulle DAT, ma visto che la Corte costituzionale l’ha ritenuta insufficiente a seguito della vicenda dj Fabo, per la delicatezza del valore in gioco occorre una disciplina ampia e compiuta a livello nazionale. Non ci possono essere trattamenti diversi, da regione a regione, su principi fondamentali come il fine vita. Serve un approccio uniforme nel rispetto della nostra Costituzione che all’art. 2 parla dei diritti inviolabili dell’uomo. Una legge che deve contemplare sempre anche l’obiezione di coscienza del singolo curante. Nutro perplessità sulla proposta di legge sul suicidio assistito depositata in Regione, che peraltro è diversa dal testo di sintesi trovato fra i parlamentari PD a livello nazionale dopo ampio confronto.

La Regione ha rotto gli indugi e ha proceduto con una delibera di Giunta.

La Giunta ha applicato la sentenza della Corte costituzionale. Spero che non serva a nessuno perché anche solo una persona che chiedesse di essere aiutata a suicidarsi per una solitudine, o per una mancanza di terapia per alleviare il dolore fisico e psichico, sarebbe una sconfitta per tutti noi. Le nostre comunità non devono avere paura di fare i conti con la morte. Devono fare di tutto perché la disperazione e l’angoscia non prendano il sopravvento.

La Regione Emilia-Romagna autorizzerà l’unità operativa complessa di Ematologia dell’IRCSS – Ausl di Reggio Emilia all’utilizzo delle terapie avanzate CAR T

“Oggi posso darvi una grande notizia per Reggio Emilia: la Regione Emilia-Romagna autorizzerà  l’unità operativa complessa di Ematologia dell’IRCSS- Ausl di Reggio Emilia all’utilizzo delle terapie avanzate CAR T”. A dare l’annuncio è l’assessore regionale alla sanità Raffaele Donini, impegnato oggi a Reggio Emilia  per alcune iniziative che anticipa il contenuto di una delibera che sarà approvata in Giunta lunedì prossimo, 12 febbraio.

“Le CAR-T – afferma l’assessore Donini – sono la nuova frontiera per il trattamento delle leucemie e si basano sui linfociti T, un particolare tipo di globuli bianchi. Tali cellule, normalmente responsabili della difesa dell’organismo, vengono estratte dal paziente, addestrate in laboratorio a combattere le cellule cancerogene, riattivate e, quindi, reinfuse per rispristinare l’immunità del paziente. Sono l’ultima frontiera sperimentale per la lotta al cancro, in particolare ai tumori non solidi. L’Ematologia reggiana diretta dal dott. Francesco Merli collaborerà in futuro con l’Ematologia di Modena diretta dal prof. Luppi”.

“Questa autorizzazione – commentano con soddisfazione l’Assessore Alessio Mammi e le consigliere regionali reggiane Stefania Bondavalli e Ottavia Soncini – è il riconoscimento della professionalità, della competenza e delle infrastrutture della sanità pubblica di Reggio Emilia. Ringraziamo in particolare il Dott. Merli con cui abbiamo interloquito in questi mesi.” “Si tratta di un’altra certificazione della qualità della rete oncologica ed emato-oncologica dell’Emilia-Romagna. – proseguono l’Assessore e le consigliere regionali – Un passaggio molto importante e per diversi aspetti innovatore: siamo di fronte a una potenzialità che mette al centro il bene della persona ammalata che non ha altra possibilità di cura. Ci siamo perciò fatti carico di questa importante iniziativa”.

“Le dichiarazioni dell’assessore Donini relativamente alla decisione della Regione di identificare l’Ematologia di Reggio Emilia come centro autorizzato ad erogare la terapia CAR-T sono motivo di grande soddisfazione – afferma il Dott. Merli, direttore di ematologia – soprattutto pensando ai pazienti reggiani che potranno giovarsi di questo tipo di trattamento  senza dover migrare in altra sede. Si tratta di una terapia innovativa che, sfruttando i linfociti stessi del paziente, opportunamente modificati in laboratorio, consente di trattare con efficacia una quota significativa di pazienti, principalmente con linfoma, che non avrebbero altre opportunità di cura. Tale riconoscimento da parte della Regione è il motore di un percorso che da un lato vedrà l’Ematologia di Reggio incrementare i suoi posti letto, con l’inaugurazione ufficiale prevista il 1° marzo e dall’altro contribuisce alla rete onco-ematologica regionale che ci vedrà collaborare in maniera strutturale con l’Ematologia di Modena proprio nell’ambito delle terapie innovative”.

“Manovra. Il Governo Meloni abbandona anziani, persone con disabilità e caregiver”

I consiglieri regionali reggiani Amico, Bondavalli, Costa, Mori e Soncini raccolgono l’appello delle associazioni e annunciano maggiori risorse al Fondo Regionale Non Autosufficienza

Il Governo Meloni abbandona anziani, persone con disabilità e caregiver. La legge di Bilancio presentata dal Governo non prevede un euro per la riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti. Si tratta di 3,8 milioni di persone, a cui bisogna sommare quasi 7 milioni di caregiver che prestano loro assistenza. Una parte enorme del nostro sistema di welfare che viene ignorato, penalizzando gravemente milioni di famiglie già oggi in difficoltà.

A ciò si aggiunge l’ignobile taglio di 350 milioni del Fondo Nazionale per la Disabilità. Un altro colpo mortale che viene inflitto al nostro welfare, ancora più odioso se si pensa che il fondo è rivolto alle persone più deboli e vulnerabili.

La Manovra di Bilancio lascerà aperte molte questioni, il Governo non sta gestendo in maniera efficace i conti e le tasche degli italiani sono sempre più vuote. Tagliare così pesantemente sulla disabilità, poi, risulta ancora più intollerabile. Le associazioni, come le Fondazioni per il Dopo di Noi di Reggio Emilia, alzano giustamente la voce e raccogliamo il loro appello.

La nostra Regione Emilia-Romagna ha una visione diametralmente opposta rispetto a quella di chi governa il Paese e detiene la maggioranza in Parlamento. Il Fondo Regionale per la Non autosufficienza, per la quantità di risorse impiegate, la rete dei servizi, delle professionalità e delle competenze che mette in campo, definisce un’esperienza capace di distinguersi nel panorama nazionale, di cui rappresenta un unicum. Quest’anno faremo ancora di più, mettendo a bilancio ulteriori 28 milioni di euro rispetto all’anno precedente arrivando 543 milioni di euro.

Mentre la destra fa cassa sulle persone con disabilità, noi crediamo fermamente nell’idea che una società inclusiva, che sostiene i più fragili e i bisognosi, sia una società più forte, eguale, democratica.

Federico Amico

Stefania Bondavalli

Andrea Costa

Roberta Mori

Ottavia Soncini

Amico, Bondavalli, Costa, Mori, Soncini: “Il Governo smantella la sanità pubblica. Per il diritto alla salute di tutti i cittadini, daremo battaglia. La Regione Emilia-Romagna è in prima linea”

La Fondazione Gimbe, il più autorevole ente in Italia di monitoraggio sulla sanità, oggi certifica come il Governo Meloni stia togliendo risorse al nostro sistema sanitario pubblico. Con la nota di aggiornamento al Def, il Governo dichiara ufficialmente guerra alla sanità pubblica con un taglio previsto per l’anno prossimo di 1,8 miliardi sui trasferimenti alle regioni. Sono le risorse che servono alla Regione e alle Aziende Sanitarie per far funzionare i servizi sui territori.
È evidente come il centro destra al Governo voglia impoverire e smantellare un sistema nazionale per poi prendere la strada della privatizzazione, discriminando di fatto i malati tra chi può permettersi le cure e chi no. Quella su una sanità pubblica più forte è la battaglia più importante che dobbiamo combattere in questo momento, perché ci riguarda tutti e perché in gioco c’è il diritto alla salute delle persone.
La Regione Emilia-Romagna, con sempre più Regioni al suo fianco, di tutti i colori politici, è in prima linea. La legge che stiamo discutendo in Commissione Sanità e che approveremo in Assemblea Legislativa finirà direttamente all’attenzione delle Camere del Parlamento. In audizione i rappresentanti dei sindacati, delle imprese, dei professionisti della sanità hanno tutti riconosciuto il grave momento che stiamo affrontando e condiviso la necessità di investimenti maggiori. Abbiamo un patrimonio preziosissimo, come ha affermato anche il Presidente Mattarella parlando per tutti gli italiani: la sanità pubblica e universale. Per rispondere ai bisogni – e al diritto – di salute dei cittadini, non possiamo accettare più tagli. Il rapporto finanziamento sanitario/Pil deve crescere almeno fino al 7,5% e servono già da quest’anno almeno 4 miliardi aggiuntivi per il Fondo nazionale inoltre bisogna abolire gradualmente il tetto di spesa per il personale sanitario. Queste sono le nostre proposte: possono tutte essere attuate, purché ce ne sia la volontà politica.

I Consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna
Federico Amico
Stefania Bondavalli
Andrea Costa
Roberta Mori
Ottavia Soncini

Fondi PNRR e sanità, l’allarme del Pd in Emilia-Romagna, Soncini (Presidente Commissione IV Salute): “Ritardi pesanti nell’attuazione della missione 6, case e ospedali di comunità a rischio”. Malavasi (Deputata Pd, componente commissione affari sociali): “Basta con le ambiguità del Governo, serve chiarezza”

Due atti: uno presentato in consiglio regionale dalla consigliera Ottavia Soncini e uno in Parlamento dalla deputata Ilenia Malavasi per chiedere al Governo come mai non crede nella sanità di prossimità e del territorio.

“Vorremmo finalmente una parola di chiarezza da parte del governo: sono in grado di realizzare tutte le case di comunità e gli ospedali di comunità? Ma, soprattutto, sono intenzionati a farli oppure non credono più nel progetto? Nell’ultima relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR non c’è una riga sulle 1350 case di comunità da realizzare”. Così la deputata dem, Ilenia Malavasi, componente della commissione Affari Sociali che ha presentato una interrogazione per sapere quali eventuali interventi normativi correttivi si vogliano attuare per recuperare i ritardi accumulati e quali sono le progettazioni che rischiano di saltare e su quali territori ricadranno. “Il governo non può continuare con le ambiguità – afferma Malavasi – deve delle risposte al Paese”.

I fondi PNRR dovevano servire per attuare una rivoluzione in Italia per la presa in carico dei pazienti. In ospedale sarebbero dovuti andare solo i casi più gravi, mentre per gli altri, la soluzione da favorire avrebbero dovuto essere centri e ambulatori sul territorio, visite al domicilio e la telemedicina.

“Sanità territoriale e di prossimità, era questa la direzione generale verso cui in Emilia-Romagna ci stiamo muovendo già da anni attraverso anche quella infrastruttura sociale importante costituita dalle case di comunità sulle quali il PD e i suoi sindaci hanno sempre creduto. A disposizione complessivamente 7,5 miliardi di euro da investire entro il 2026. Ma il progetto avanza a rilento e sembra difficile arrivare entro i tempi previsti all’obiettivo. – spiega la consigliera regionale Pd e presidente della Commissione Sanità in Emilia-Romagna Ottavia Soncini – Il PNRR prevede infatti l’attivazione di oltre 1.350 Case della Comunità e oltre 400 Ospedali di Comunità entro la metà del 2026 in tutta Italia, ma molte strutture potrebbero non essere pronte entro il 2026 e per questo motivo il governo starebbe pensando di ridurre il numero di quelle da finanziare con gli stanziamenti europei. In più, resta il tema dei fondi del Sistema Sanitario Nazionale inadeguati al reclutamento dei professionisti e degli operatori sanitari necessari al loro funzionamento”.

La Regione Emilia-Romagna, che ad oggi conta 128 case della salute su un totale nazionale di 500, con le risorse PNRR della missione 6 aveva programmato la realizzazione di 84 nuove case della salute (per 124,6 milioni di euro), 45 Centrali operative territoriali (15,3 milioni) con la funzione di coordinamento della presa in carico del paziente e di raccordo tra i professionisti coinvolti, 27 ospedali di comunità (68 milioni) oltre a interventi per apparecchiature, tecnologia e adeguamento sismico per circa 145 milioni.

“Questa situazione ci allarma perché il Governo, senza il confronto con il Parlamento, con le Regioni e con gli enti locali interessati, sembrerebbe orientato a tagliare una parte significativa delle case e degli ospedali di comunità, senza svolgere il proprio ruolo di risolutore dei problemi di attuazione della Missione 6 del PNRR. Inoltre, il Governo non ha ancora indicato dove reperire le risorse necessarie per la gestione e il funzionamento della rete, a partire da quelle per il personale medico, infermieristico e tecnico-amministrativo, come previsto dal DM 77/22 che definisce gli standard per la gestione del nuovo modello di sanità territoriale” prosegue Soncini.

“Ma se non si fanno Osco, Case di comunità e Cot come pensano di poter realizzare la riorganizzazione della medicina del territorio, che è uno degli obiettivi strategici del PNRR e che si fonda sul principio della prossimità?” incalza la dem Malavasi.

“Confidiamo che la volontà di depotenziare un sistema sanitario pubblico e universalistico a favore di un modello privatistico, possa essere smentita con proposte concrete ed operative da parte del governo e come consigliere e consiglieri Pd in Emilia-Romagna ribadiamo la necessità di indirizzare risorse non solo per le strutture, ma anche per il personale, al potenziamento dell’assistenza sanitaria territoriale, più vicina e diffusa per garantire un servizio d’eccellenza a tutte e tutti i cittadini” conclude Soncini, annunciando il deposito di una risoluzione a riguardo in Regione.

“La salute – concludono le due esponenti Pd – è un bene comunitario: o c’è una assunzione comunitaria, una responsabilizzazione comunitaria che passa anche attraverso le case di comunità, gli infermieri di comunità, gli ospedali di comunità, le relazioni sociali o se no il bisogno di salute troverà sempre meno risposte visto il sotto finanziamento del Fondo sanitario nazionale e la mancanza di medici e infermieri”.

Sanità, riforma dei pronto soccorso: “Stiamo evitando di privatizzarli”

La riforma del sistema di emergenza e urgenza è il prossimo passo della sanità in Emilia-Romagna. Una riforma necessaria per evitare la privatizzazione dei pronto soccorso o la loro desertificazione, costruita con chi lavora ogni giorno tra i corridoi degli ospedali e negli ambulatori, pensando ad accorciare le distanze e i tempi tra cittadini e cura.
Fornire cura e assistenza a un paziente in emergenza, che chiede un percorso giusto, che ha bisogno del giusto mezzo di soccorso, di essere portato nel giusto ospedale, di avere il giusto trattamento e collocazione definitiva è un tema tanto complesso quanto delicato. Che nasce da più esigenze.
Da un lato quella fondamentale di diminuire i tempi di attesa e rispondere in modo più preciso alla richiesta di cure.
Dall’altro lato l’analisi dei dati attuali di accesso. Nel 2022 sono stati registrati 1.750.000 accessi al pronto soccorso in Emilia-Romagna. Di questi, l’80% in appena 20 strutture, tendenzialmente i Pronto Soccorso degli ospedali più grandi delle principali città, e circa il 66% in codice bianco o verde. Al netto della gravità della situazione di chi accede – solo un 3% del totale porta a un ricovero – chiunque si rivolge alla rete dell’emergenza e urgenza, presenta un bisogno che chiede la giusta attenzione e chiede di essere preso in carico nel minor tempo possibile da una struttura più adeguata possibile.
Infine, c’è il nodo delle professionalità, che per ragioni di formazione e di reclutamento del personale, tende a ridursi sempre di più e non potrà crescere nel breve periodo. I medici dei Pronto Soccorso sono già troppo pochi e nei prossimi 2 anni ne perderemo un altro 25%, senza contare le dimissioni inattese. Non è quindi un problema economico quello che ci spinge ad affrontare questo cambiamento, bensì legato alla difficoltà di reperire personale.
Non si può stare fermi davanti a questo scenario e l’Emilia-Romagna sarà la prima a realizzare la sua riforma che anche il Ministero della Salute sta valutando attentamente.
Sarà un passaggio graduale, facile da metabolizzare. Il cittadino non “subirà” il cambiamento ma sarà accompagnato in modo semplice ed efficace dai servizi. La persona che ha un bisogno di cure immediate chiamerà un numero di telefono (la procedura più semplice, evitando il pellegrinaggio verso ambulatori e strutture) e in base alle indicazioni sulla sua salute o necessità, sarà indirizzata nella struttura più adatta. Accorciando le attese e alleggerendo i carichi delle organizzazioni che devono occuparsi dei casi più complessi.
Separeremo l’emergenza dall’urgenza. La prima richiede immediatezza di intervento, la seconda non dipende strettamente dalle tempistiche, ma prevede di intervenire per evitare criticità. Quindi potenzieremo il 118 e attiveremo il numero unico 116117 per chiedere assistenza o consigli: sarà l’operatore a dare le indicazioni più puntuali. Attiveremo capillarmente i CAU (Centri di assistenza per l’urgenza, aperti H24 con medici di continuità assistenziale, ovvero ex guardie mediche, infermieri, persino OSS) dove saranno indirizzati i codici bianchi e verdi che non avranno bisogno dei Pronto Soccorso e delle unità di anestesia e rianimazione. Verranno inoltre attivate le Uca, un servizio domiciliare d’urgenza h24 che si recherà a casa del cittadino.
Questa riforma è il frutto di un confronto capillare con il mondo della sanità e con i rappresentanti dei territori. É quindi attenta alla prossimità al cittadino ma fa leva su esperienze che nella nostra Regione godono di una buona performance, pur nel quadro complesso in cui si trova la sanità pubblica italiana.
Un quadro che, questo sì lo denunciamo, è drammaticamente sottofinanziato a livello nazionale avendo raggiunto un valore pari al solo il 6% del PIL, contro il 7% del 2020, pur non essendo questo il motivo per cui si riorganizza il sistema di emergenza-urgenza.
Quello che auspichiamo è di poter presto dire che abbiamo fatto un passo avanti nella presa in carico del cittadino e della sua salute.

I consiglieri regionali reggiani di maggioranza: Amico Federico, Bondavalli Stefania, Costa Andrea, Mori Roberta, Soncini Ottavia

Tutela dei minori, i consiglieri regionali reggiani di maggioranza netti contro le proposte delle opposizioni

Amico, Bondavalli, Costa, Mori e Soncini: “L’interesse di bambini e adolescenti viene prima di tutto. L’ideologia non prevale sul benessere delle persone in situazione di fragilità”

«I due progetti di legge fotocopia sul cosiddetto “allontanamento zero” che in Emilia-Romagna Lega e Fratelli d’Italia hanno presentato per -a loro dire- la tutela dei minori e delle famiglie, è profondamente ideologico e addirittura pericoloso. In Piemonte, dove è già stato approvato un provvedimento simile, questo tipo di approccio ha trovato la netta contrarietà di psicologi, giuristi e soprattutto delle ragazze e ragazzi che hanno vissuto direttamente l’esperienza dell’affido.»

I consiglieri regionali reggiani di maggioranza, Federico Amico, Stefania Bondavalli, Andrea Costa, Roberta Mori e Ottavia Soncini stigmatizzano le proposte delle opposizioni in tema di minori e affido.

«L’intento della destra – spiegano – non è quello di tutelare i diritti prioritari di minori che provengono da famiglie temporaneamente incapaci di prendersi cura di loro, ma quello di preservare esclusivamente e ad ogni costo il potere dei genitori, anche quando sono negligenti, violenti o abusanti.»

«È sbagliato l’approccio – dichiarano netti – perché le comunità devono farsi carico di più e non di meno del benessere dei minori, della loro salute e integrità. Per riuscirci, bisogna sicuramente supportare e accompagnare le famiglie, ma occorre una presa in carico oggettiva che parta dalla valutazione caso per caso delle situazioni specifiche di disagio o maltrattamento, senza superficiali generalizzazioni.

«In Emilia-Romagna – specificano i consiglieri reggiani di maggioranza – i servizi territoriali sociali e sociosanitari lavorano sulla base di linee guida solide che permettono questa valutazione personalizzata, da cui deriva l’intervento di tutela o sostegno più appropriato e, ove occorra, dell’affidamento temporaneo fuori dalla famiglia. Negare a priori, come da proposta della destra, l’allontanamento del minore pur quando necessario al suo benessere, prevedere l’affidamento nella rete familiare fino al quarto grado di parentela senza che tale affido dipenda da una valutazione specifica, non è altro che una forzatura della realtà e dei bisogni anche affettivi dei bambini e ragazzi».

Insomma, secondo Amico, Bondavalli, Costa, Mori e Soncini, è evidente il tentativo della destra di delegittimare le professionalità, i servizi e il sistema regionale di accoglienza e sostegno delle persone, in nome di una primazia tutta ideologica della famiglia naturale e dei legami di sangue. «L’obiettivo di ogni percorso è il rientro del minore nella sua famiglia. Tutti – sottolineano – ci auguriamo sempre che l’affido sia una soluzione estrema e temporanea, un periodo il più breve possibile che permetta di lavorare per ricucire la situazione di fragilità. Ed è quanto già previsto dalle leggi in vigore».

La domanda vera da porsi in ogni situazione è quale sia l’interesse dei bambini, bambine, adolescenti coinvolti, a maggior ragione in casi di violenza.

«Il nostro impegno – affermano i consiglieri reggiani – è sulla prevenzione e per un investimento serio sulla rete del welfare territoriale a supporto delle famiglie, per far crescere un sistema di accoglienza per i minori che integri gli aspetti sociali con quelli educativi e della salute. Le destre al governo del Paese, dunque, invece che lanciare “allarmi allontanamenti”, sospetti e proposte fuori dalla realtà, si preoccupino di sostenere il welfare universalistico e di migliorare l’apporto competente di professionisti e servizi, di associazioni, comunità e genitori affidatari che si occupano e pre-occupano ogni giorno dei bisogni espressi e urgenti di famiglie e minori in difficoltà.»

Ricerca sanitaria, via libera alla risoluzione Pd per arginare il precariato

Andrea Costa e Ottavia Soncini: “Urgente intervenire a livello normativo per riconoscere professionalità ed esperienze degli operatori della ricerca sanitaria pubblica”

Via libera in Commissione regionale Sanità alla risoluzione PD a prima firma Andrea Costa e sottoscritta dalla Consigliera e Presidente di Commissione Ottavia Soncini. Il documento approvato sollecita la Giunta regionale a intervenire presso il Governo nazionale e i parlamentari eletti nelle circoscrizioni emiliano-romagnole al fine di arginare il fenomeno del precariato nel sistema pubblico della ricerca sanitaria.

“La nostra risoluzione è stata discussa e approvata nel giorno in cui la commissione ha ascoltato in audizione gli amministratori ed esperti della Rete Oncologica ed Emato-oncologica regionale. Non è un caso. La ricerca scientifica negli istituti sanitari pubblici è uno dei motori della rete regionale oncologica” sottolineano Costa e Soncini.

“Quello che continuiamo a segnalare come disfunzionale è il sistema di reclutamento e inquadramento del personale degli istituti di ricerca. Un sistema che nulla ha a che vedere con la Regione, poiché è normato a livello nazionale. Un sistema che non tiene conto delle competenze acquisite e delle professionalità sviluppate in anni di esperienza poiché costringe al precariato personale altamente formato, anche quando i rapporti di lavoro sono particolarmente lunghi” denunciano Costa e Soncini.

La riforma degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, approvata a fine 2022 per rispettare le tempistiche previste dal PNRR, non ha risolto il problema. “Ecco perché – caldeggiano i consiglieri – va affrontato con la massima urgenza. Da tempo in Assemblea Legislativa e in Commissione Sanità interveniamo su questo tema consapevoli che la tanto attesa riforma degli IRCCS lascia in sospeso alcuni punti dirimenti. L’applicazione della stabilizzazione Madia per il personale della cosiddetta Piramide della ricerca, l’obbligo di definizione di dotazioni organiche della ricerca per il riaccreditamento degli Istituti e infine la creazione della figura del dirigente della ricerca sanitaria, a fianco di quelle attuali, con valorizzazione del titolo di dottorato di ricerca”.