«Abbiamo bisogno di stare in comunità. Inventiamo nuovi modi per farlo»

Ho letto con attenzione la lettera del vescovo Massimo Camisasca ai sacerdoti e diaconi della nostra diocesi. Mi ha colpita. Ho ripensato a quei mesi del lockdown nei quali la comunità si è mostrata nella sua indispensabilità proprio nel momento in cui è venuta a mancare.

Tutti noi abbiamo compreso che non siamo individui, ma siamo costituiti da parti che sono le nostre relazioni e che ci è impossibile pensarci singolarmente. L’esperienza di vulnerabilità avuta nel lockdown ci ha ricondotti ad una somiglianza straordinaria nella nostra condizione (paura di ammalarsi, confinamento in casa…) ma non eravamo uguali (differenza di classe, di fragilità, di provenienza geografica). Eravamo simili nella vulnerabilità. E la risposta a quella vulnerabilità non poteva che essere comune. “Nessuno si salva da solo” ha detto Papa Francesco. Concretamente non possiamo anche oggi pensarci singolarmente invulnerabili a prezzo della vulnerabilità di qualcun altro.

La risposta alla pandemia o è comunitaria o non è. Dipende dal comportamento che ciascuno di noi ha (gel, mascherina, distanza fisica) rispetto agli altri. Inoltre, ci sono persone più fragili di altre che hanno bisogno di essere sostenute, accompagnate: il volontariato sociale e sanitario, la protezione civile sono state indispensabili. Ricordiamo tutti le canzoni dai balconi, quei balconi che sono diventati surrogati di comunità, da lì abbiamo cantato, abbiamo calato ceste per il cibo e per i farmaci. Qualcuno li ha chiamati “serenata per la democrazia”. Era una impresa troppo grande per essere vissuta da soli e la gestione della emergenza è avvenuta ad emergenza ancora in corso, per questo dovevamo metterci insieme, fare comunità. La vulnerabilità (vulnerabilis- abilis) ci ricorda che tutti siamo potenzialmente soggetti a ferite, questa parola apre alla potenzialità della nostra fragilità e tutto ciò apre alla cura. Pensare a sè come vulnerabili significa pensare a una forma di cura che è più aperta, partecipata. Bene fa il vescovo a cambiare la narrazione, abbiamo bisogno di sentire parole diverse, nuove: relazioni, reciprocità, piacere della comunità come elemento caldo dello stare insieme. Non sappiamo cosa ci aspetta, la politica è insicura dice il vescovo, è vero.

La politica è fatta di uomini. La politica sta ascoltando la comunità tecnica, medica e scientifica che chiede giustamente attenzione, prudenza, responsabilità. Ma siccome la politica deve proteggere e provvedere io mi sento, oggi, di raccogliere le parole del vescovo e di dire che abbiamo bisogno delle nostre comunità, di relazioni, ma soprattutto abbiamo bisogno di stare vicino come cittadini a coloro che rischiano di rimanere ancora di più ai margini: anziani, persone disabili, sofferenti psichici, persone segnate da dipendenze, bambini spesso considerati cittadini di serie B. Inventiamo modi nuovi di vivere il nostro essere comunità e il nostro essere fatti di relazioni. La salute mentale ed emotiva, oltre a quella fisica, alla politica sta a cuore. La speranza non manca perché nella nostra terra siamo pieni di energie e risorse che possono essere alimentate e io so che la politica ha bisogno delle energie e risorse del territorio per affrontare questo momento difficile.

Sessione Europea: una riflessione

Vi propongo alcune riflessioni a seguito dei lavori in commissione Politiche per la salute e per il sociale sulla Sessione Europea. La pandemia è stata un’occasione per l’Unione per darsi un nuovo volto, che trova nelle politiche sanitarie una forte spinta a ripensare le politiche di coesione ed il ruolo stesso dell’Unione.

Come ogni anno, dal 2008, la Regione Emilia-Romagna coinvolge tutte le commissioni nella Sessione europea dell’Assemblea legislativa. Un momento fondamentale per darci obiettivi chiari e promuovere investimenti strategici che favoriscano lo sviluppo delle nostre comunità, soprattutto in questa fase di emergenza. Proprio in quest’ottica anche la Commissione Politiche per la salute e politiche sociali ha individuato alcune priorità.
L’Europa sta sicuramente attraversando e proponendo un cambio di paradigma notevole.
C’è stata una presa di consapevolezza da parte delle istituzioni europee, anche se non immediata, che una crisi sanitaria e quindi economica di tali dimensioni potesse essere l’ultima occasione per la costruzione di un’ Europa come comunità di destini, che distribuisce solidarietà e viene incontro ai Paesi, realizzando una visione diversa di Europa.

Penso al Recovery fund, al MES, al rafforzamento della banca europea degli investimenti a favore delle liquidità delle PMI, al programma SURE. Questo ultimo strumento, più di altri ci ricorda come l’Europa stia provando ad uscire da una dimensione mercatista, per cercare di intervenire in una dimensione sociale.
Rispetto alla tematica della sanità, il cambiamento è stato sicuramente radicale perché il Covid ha sconvolto tutto il sistema. La materia della sanità che, precedentemente sulla base dell’ordinamento europeo così come si era andato configurando era affidata prevalentemente ai singoli Stati, è diventata invece sempre di più un tema dell’Unione, soprattutto per la necessità di rafforzare la collaborazione tra stati e potenziare la diffusione di buone pratiche.
Tra le iniziative del programma dei lavori della Commissione europea che abbiamo esaminato in commissione, mi preme evidenziare quella per la lotta contro il cancro e la prevenzione oncologica, quella per la prevenzione primaria e quindi no all’uso di fumo, riduzione nell’uso di alcol, promozione di una sana alimentazione e del movimento, infine, un piano per i dispositivi medici DPI. Tuttavia, la cosa più dirompente è che nel discorso sullo stato dell’Unione della Presidente Von Der Leyen per la prima volta si è parlato di un’ unione della sanità. Nella lotta al cancro ad esempio si rende protagonista il Parlamento europeo e questo significa rendere più protagonisti i territori, le regioni e gli Stati e quante cose come regione Emilia-Romagna possiamo dire sulla prevenzione primaria e sugli screening contro le neoplasie. Si è parlato anche del fatto che vi sarà una conferenza di livello europeo assolutamente strategica sulle nuove politiche sanitarie che si svolgerà in Italia. Mi immagino delle importanti evoluzioni all’interno del nuovo programma sul futuro dell’ Unione Europea .
Inoltre, servono nuove misure verso la fragilità della popolazione anziana. Nei nostri territori quasi un terzo delle famiglie è formato da un’unica persona che è prevalentemente donna e anziana. Questo vuol dire non solo che dobbiamo rivedere tutto un insieme di risposte legate alla non autosufficienza e alla fragilità, ma dobbiamo anche analizzare, ed in parte reimpostare, i nostri servizi quotidiani alla collettività in base a questo aumento delle fragilità. Ben venga che l’Europa ci dia alcuni strumenti e che insieme possiamo confrontarci su modelli diversi rispetto alle risposte da dare a queste percentuali di popolazione che stanno diventando sempre più prevalenti. Se oggi insistiamo tanto sulla sanità, credo che non si possa prescindere dalla necessità di una piena integrazione in essa del sociale.
Infine, per la prima volta il programma Eu4health definisce uno strumento unico europeo per poter introdurre ricerca, innovazione, sperimentazione in campo sanitario e abbiamo visto proprio come la pandemia renda indispensabile questa collaborazione tra i Paesi europei nell’ambito delle politiche sanitarie, e abbia rafforzato l’importanza della digitalizzazione e della condivisione dei dati.
Infine, all’interno di YouTh Guarantee garanzia giovani c’è un nuovo impegno sull’inserimento delle persone con disabilità giovani e sull’inclusione sociale tema che si è amplificato in questa pandemia.
La nuova programmazione del fondo sociale europeo darà spazio sia al tema della disabilità e dell’inclusione sociale sia al tema dell’invecchiamento della popolazione.
L’Europa deve sforzarsi di ascoltare i territori perché sono laboratori vicini ai bisogni delle persone in cui innovazione sociale ed economica da un lato è riconoscimento dei diritti dall’altro sono sempre andati a braccetto.

Il mio intervento per “Il Rolino”

Pubblicato il 1 agosto 2020 su “Il Rolino”, periodico mensile di informazione a cura del Circolo Pd di Rolo

Oggi siamo tentati di dimenticare e metterci alle spalle questi ultimi difficili mesi dai quali siamo usciti grazie alla medicina, al distanziamento fisico e alla responsabilità individuale. Nella nostra provincia, nella nostra Regione, abbiamo affrontato la pandemia facendo leva su due grandi oggetti di valore. Il primo, il nostro sistema sanitario universalistico basato su strutture tendenzialmente pubbliche, ci ha consentito di avere uno sguardo di sistema sulla qualità delle prestazioni e sulle cose fatte. Accanto a ciò, la disponibilità e la forza di una grande infrastruttura pubblica che può organizzare il servizio di prevenzione, profilassi, analisi e risposta. Un sistema sanitario che in questi decenni ha investito negli ospedali e nella sanità del territorio. Mi auguro che dopo questa esperienza si sia definitivamente compreso cosa significhi, in termini di garanzie per la salute di una comunità, una sanità pubblica forte ed un sistema universalistico. Il secondo oggetto di valore è quello dei servizi sociali in senso ampio e l’aiuto delle comunità. Abbiamo vissuto un paradosso: le istituzioni hanno chiesto una prova di cittadinanza individuale e nello stesso tempo collettiva. Le persone hanno dovuto responsabilmente confinarsi in casa e contemporaneamente rendersi conto di quanto sia indispensabile la relazione tra le persone. Si è infatti scatenata una gara di solidarietà fatta da volontari della protezione civile, scout Agesci, volontariato sanitario e socio-assistenziale, empori solidali. Il terzo settore, dal volontariato, all’associazionismo di promozione culturale, alla cooperazione sociale costituiscono infrastrutture fondamentali per la coesione sociale della nostra regione e hanno dimostrato di esserci sempre. Questa pandemia ha legato noi tutti in una “comunità di destino”. Eppure, oggi stiamo vivendo un momento particolare nel nostro rapporto con la pandemia. Eravamo convinti che i sacrifici di questi mesi fossero stati sufficienti. Quello che invece appare evidente oggi, è che il virus non si sta fermando a livello mondiale e che dovremo abituarci al prolungamento delle misure di sicurezza sanitarie almeno fino a fine ottobre, all’incertezza per il lavoro, alla distanza da tante persone. È probabile che in alcuni momenti ci faremo prendere dallo scoramento e, in altri, dalla rabbia comprensibile per la perdita di sicurezze sanitarie, sociali, occupazionali. Avremo bisogno di pazienza, generosità e tenacia.  

Il Covid-19 ci ha fatto capire che possiamo migliorare la sanità di eccellenza dell’ Emilia-Romagna. Serve una svolta a favore della sanità del territorio: case della salute, assistenza domiciliare, medicina di gruppo, ospedali di comunità, infermieri di comunità. Credo fortemente che la sanità, oltre a fondarsi sul pilastro ospedaliero, dovrà sempre più fondarsi sul pilastro fatto di assistenza decentralizzata e diffusa sul territorio con le reti e i legami di comunità. La chiave di questo secondo tipo di intervento è la relazione di cura e accompagnamento, la qualità di vita, delle relazioni e la generatività. Un diffuso sistema di servizi di comunità dove ogni cittadino possa ambire a rimanere nel proprio ambiente abitativo, relazionale e culturale, anche quando non è più autosufficiente. Al di là di ogni retorica, insisteremo molto in Emilia-Romagna sull’integrazione territorio-ospedali e socio-sanitaria. Più investiamo sul sociale e più aiutiamo la sanità, più investiamo sulla domiciliarità, sulla presa in carico, sulla prossimità e su percorsi di autonomia più preveniamo le fragilità. 

I fondi europei del Recovery Fund e del MES saranno per noi fondamentali. La maggior parte delle risorse del Recovery fund, chiamato patto generazionale per le prossime generazioni UE, sono trasferimenti sotto forma di contributi diretti. Ora il nostro paese insieme a Regioni e territori deve scrivere un piano per indicare le priorità: dalla lotta al cambiamento climatico, al recupero di posti di lavoro con una attenzione particolare a giovani e donne, alla tassa digitale, alla solidarietà verso i paesi più colpiti dalla Pandemia. I 2 o 3 miliardi di euro che arriverebbero all’Emilia-Romagna attraverso il MES, necessari perché disponibili subito, senza condizionalità se non quella di utilizzarli per la sanità, potrebbero essere impiegati per assumere personale, strutturare gli specializzandi, creare nuovi ospedali e sistemare quelli esistenti, nuove Case della Salute, acquistare tecnologie e macchinari. È il momento di agire e di guardare avanti sfruttando al meglio queste risorse per la sanità ed il welfare della nostra regione. 

Questa crisi è simmetrica perché la pandemia ha colpito tutti i Paesi, ma ha avuto e avrà effetti asimmetrici perché ha indebolito ancora di più le fasce vulnerabili della popolazione: i giovani, le donne, le persone con disabilità, i bambini, le persone anziane. È molto presto per interpretare quello che sta avvenendo, abbiamo bisogno di un silenzio operoso: il silenzio di chi studia e di chi ascolta, il silenzio di chi cerca di conservare il lavoro, il silenzio di chi si adopera perché le scuole riaprano al meglio e perché i bimbi che nascono siano accolti come una ricchezza da tutta la comunità. 

Ottavia Soncini – Presidente della Commissione Politiche per la salute e Politiche sociali della Regione Emilia-Romagna 

“Infermieri di comunità: la Regione ne riconoscerà ruolo e professionalità a favore della sanità del territorio”

“In Assemblea Legislativa è stato approvato un atto di indirizzo, a mia prima firma sull’importanza dell’infermiere di comunità: si tratta di una vera svolta a favore della sanità del territorio”. Lo dichiara con soddisfazione la consigliera Pd Ottavia Soncini, Presidente della Commissione Politiche per la Salute e Sociali in Regione Emilia-Romagna.
“Il Decreto rilancio, convertito in legge, consente l’investimento di nuove risorse per la riorganizzazione della sanità del territorio, attraverso l’assistenza domiciliare integrata, gli infermieri di comunità, il potenziamento delle USCA. In sostanza sono 9.600 nuove assunzioni a livello nazionale che rappresentano un’ ottima possibilità di lavoro in un settore, quello sanitario, che ha bisogno di un potenziamento della medicina del territorio. – ricorda Soncini che prosegue – Case della salute, medici di medicina generale, assistenza domiciliare, infermieri, ospedali di comunità per noi costituiscono elementi importanti”.
“Con questo atto diciamo che la Regione renderà operativa l’introduzione di questa figura professionale definendone compiti, ruoli e attività. – sintetizza la Presidente della Commissione regionale Sanità – Gli infermieri, che affiancano i medici di medicina generale, conoscono la situazione delle famiglie fragili, assistono e supportano le persone anziane e con patologie croniche”.
“È importante applicare subito questa innovazione e dare spazio il più velocemente possibile alla nuova figura, anche prevedendo percorsi formativi ad hoc diffusi in una regione come la nostra, che ha sempre investito nell’assistenza domiciliare con buoni risultati. La sanità pubblica ha fatto uno sforzo immane, ora serve far lavorare insieme infermieri e medici e cooperare con persone, famiglie e comunità per promuovere e proteggere la salute dei cittadini. – conclude Soncini – Su questo atto di indirizzo, abbiamo trovato comunità di intenti tra forze politiche diverse, nell’interesse esclusivo dei cittadini”.

Covid: ieri, oggi, domani | Lunedì 13 luglio 20.45

Lunedì 13 luglio alle 20:45 vi aspetto al Centro Sociale Orologio di Reggio Emilia per l’iniziativa “Covid-19: ieri, oggi, domani”.

Sarà una serata per fare il punto sull’emergenza Coronavirus e per conoscere le strategie messe in campo dalla Regione Emilia-Romagna.

Insieme a me interverranno Raffaele Donini (Assessore regionale alle politiche per la salute), Luca Vecchi (Sindaco di Reggio Emilia) e Cristina Marchesi (Direttrice Generale dell’ Azienda Usl – Irccs di Reggio Emilia)

Vaccini antinfluenzali, l’Emilia-Romagna fa scorta. Soncini: “Non dovremo farci trovare impreparati al rischio di una sovrapposizione tra la sindrome influenzale stagionale e Covid-19”

Ottavia Soncini, presidente della Commissione per le Politiche della salute e del sociale dell’Emilia-Romagna, commenta la risposta dell’assessorato alla sua interrogazione del 21 maggio sul tema dei vaccini antinfluenzali: “Bene fa la Regione a fare scorta di un maggiore numero di vaccini antinfluenzali già di per se’ importanti per ridurre le complicazioni e la mortalità data dall’influenza. In questo particolare momento proteggere le persone anziane, che sono le più esposte agli effetti del Covid-19, gli operatori sanitari, le donne in gravidanza e le persone ad alto rischio di tutte le età, serve a indirizzare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti, dati i sintomi simili tra Covid-19 e influenza”.

“Vaccinando contro l’influenza, inoltre, si riducono le complicazioni che questa può comportare nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso. Non dobbiamo farci trovare impreparati all’autunno e al rischio di una sovrapposizione tra la sindrome influenzale stagionale e Covid-19. – ritiene Soncini, che aggiunge – Ritengo fondamentale non abbassare la guardia sulle vaccinazioni sia obbligatorie che raccomandate e promuovere nella popolazione, per la peculiarità di questa fase, la vaccinazione antinfluenzale e anti pneumococcica, così come suggerito dall’Oms e dalle principali società scientifiche, nonché dal Ministero della salute”.

La consigliera democratica allarga il ragionamento all’infanzia: “La politica deve ricordarsi sempre anche dei più piccoli: nell’ambito di questa campagna è importante approfondire ogni aspetto al fine di predisporre e ampliare la vaccinazione antinfluenzale per i bambini, ancora di più nella #fase2 per proteggerli dalle complicanze polmonari e dalle sovrapposizione tra sintomi influenzali e #COVID19. Tutto questo dovrà avvenire in accordo con le organizzazioni sindacali dei pediatri di libera scelta e studiando modalità organizzative nuove. Sono a favore di tutte le iniziative che mettono al centro i bambini e le bambine, in questo tempo troppo dimenticati, perché pensare a loro significa pensare al futuro”.

“Contro il Covid occorre testare, tracciare e trattare” – Il mio intervento sul Gazzettino Santilariese

Pubblicato sul numero di maggio 2020 sul Gazzettino Santilariese

In questa nuova fase, oltre al continuo monitoraggio del contagio, è importante avere una linea chiara. Serve applicare la regola che io chiamo delle tre “T”: testare, tracciare e trattare. 

Testare nel senso di fare tamponi e test, purché omologati grazie ad un protocollo scientifico validato dalla Regione. Per usare una metafora il test scatta un’istantanea e ci dice se la persona è positiva o no in quel momento, mentre il test sierologico permette di ricostruire il “film” immunologico degli ultimi 15-20 giorni. Ecco perché la Regione ha scelto di fare uno screening sierologico di tutti gli operatori sanitari e socio-sanitari. Dal 18 maggio sarà possibile eseguire fino a 10.000 tamponi al giorno per i sintomatici e per i privati cittadini, richiedere test sierologici presso laboratori accreditati per esigenze lavorative o altre motivazioni valutate dal medico richiedente. 

Tracciare nel senso di isolamento contenitivo: appena sei positivo qualcuno ti chiama e ti chiede quante persone hai visto e chi sono. Queste persone vanno chiamate, isolate e devono essere seguite e assistite anche se stanno bene. Quando il tampone sarà negativo potranno uscire. 

Trattare nel senso di gestire i casi di positività non gravi nella maniera più adeguata, che può anche significare lo spostamento in albergo o in altro luogo se non ci sono le condizioni di un isolamento a casa che tuteli gli altri componenti della famiglia.  

Queste tre “T” ci consentono di avere una prima linea di difesa, che può evitare l’ospedalizzazione. 

Questa è l’infrastruttura di contrasto al coronavirus nel momento in cui dobbiamo conviverci per evitare una nuova ondata di diffusione del virus stesso. Non si sconfigge il Covid con un’ APP, servono supporto e servizio umano e una tutela a distanza, non solo un algoritmo e delle faccine nel telefono che si illuminano di rosso. Le persone vanno seguite, difficile immaginare uno che si alza alla mattina e tutto tranquillo si auto isola perché lo schermo diventa rosso. Magari è un padre di famiglia che deve andare al lavoro, un precario o una persona che non ha uno spazio domestico per isolarsi. Non facciamo mancare il supporto umano.  

Ricordiamoci che è il tempo della responsabilità individuale e collettiva e la Libertà tornerà quando ci saranno farmaci sicuri e vaccino. Prima di questo momento dobbiamo fare e fare bene. 

“La sanità dovrà modellarsi sui pazienti e va aperta la strada per la telemedicina”. La mia risposta all’appello lanciato dal Vescovo Camisasca

Ho risposto all’appello lanciato dal nostro Vescovo sul futuro di Reggio Emilia. Qui trovate il mio intervento, pubblicato sulla Gazzetta di Reggio, in cui affronto il tema della sanità. 

La consapevolezza di tutti, una volta vinta la battaglia contro il Covid, è che da questa esperienza dovremo imparare quali sono i punti  di forza e le criticità del nostro sistema sanitario. Due certezze dovranno rimanere: la Sanità pubblica dell’Emilia-Romagna, che rappresenta non solo un diritto ma un motivo d’orgoglio, perché  basata sul principio di prendersi cura di chiunque abbia bisogno senza lasciare indietro nessuno, e una Sanità del territorio. Per il futuro sarà necessario identificare nuove frontiere della Sanità e la stessa politica dovrà guidare questa innovazione, avendo l’umiltà di costruirla con il contributo delle esperienze e delle competenze più preziose. Bisognerà ripartire ripensando al sistema delle cure ospedaliere e al loro potenziamento, alla riorganizzazione sul territorio dei medici di medicina generale fornendo loro personale e adeguate tecnologie per potenziare i servizi di prevenzione. In questa emergenza, abbiamo capito come si possa reggere l’urto di una pandemia attraverso l’eccellenza dei reparti ospedalieri della Sanità Pubblica e della Sanità Privata Accreditata, ma la vittoria sul virus avverrà sul territorio attraverso la tempestiva presa in carico dei contagiati. È quindi evidente come il perno intorno a cui dovrà ruotare il progetto di innovazione del nostro sistema sanitario sia quello di una visione comunitaria ed integrata delle cure, sanitarie e socio-sanitarie. Il fulcro del mio impegno è quello di sostenere ed investire in un’assistenza territoriale coordinata e integrata dal punto di vista sociale e socio-sanitario, per un sistema più vicino ai cittadini e ai professionisti e che sia quindi espressione delle nostre comunità e dei nostri territori. Un sistema che miri a prevenire le fragilità e sostenga le famiglie, monitorando a tappeto le condizioni di salute sul territorio per produrre azioni concrete che facciano fronte ad una situazione critica, che non può trovare risposta solo a livello ospedaliero, ma anche in avanzati presidi sanitari territoriali per la prevenzione e le cure primarie. In quest’ottica, acquista ancor più valore l’approvazione nella scorsa legislatura della legge sulla prevenzione sanitaria e le conseguenti risorse stanziate. Un tema che non potrà essere sottovalutato e, anzi, andranno sensibilizzati i cittadini sempre più nell’ottica di mantenere corretti stili di vita. Non meno importante la strada della telemedicina, sulla quale l’Italia è stata pioniera anche attraverso l’utilizzo della tecnologia e che rappresenta uno dei pilastri del patto per la sanità digitale e del piano nazionale cronicità. La pandemia ci sta insegnando che le tecnologie hanno un ruolo fondamentale anche in campo sanitario laddove, limitando i contatti con pazienti potenzialmente infetti, si riduce drasticamente il rischio del contagio. Anche in tempi normali la tecnologia potrà essere un valido alleato nella medicina, basti pensare al ruolo virtuoso che possono giocare, nella gestione della cronicità, i controlli a distanza dei parametri vitali per persone che hanno difficoltà a deambulare, oppure al risparmio di tempo che può garantire la “banale” spedizione via mail di una ricetta. La “televisita” ovviamente non sostituisce una visita vera, ma la integra come primo o secondo livello di controllo. Nell’imminente futuro occorrerà sempre più passare dalla diagnosi alla prestazione. In questa direzione e in un’ottica di efficienza a Reggio si è lavorato all’equipe itineranti, per far sì che anche i pazienti dei piccoli ospedali possano essere operati con la stessa garanzia di professionalità. Il risparmio economico ha consentito l’aumento dell’assistenza domiciliare, in modo che il primario della riabilitazione si possa recare a casa dei pazienti che ne hanno bisogno. Il 60% del budget sanitario di Reggio Emilia è speso per le cure territoriali e questo consente di avere risorse anche per l’assistenza infermieristica domiciliare e per le cure palliative. Nel nostro territorio non è il paziente che rincorre la struttura, ma è la struttura che offre dei servizi che si modellano attorno alle esigenze del paziente. Altra priorità, alla quale non possiamo sottrarci, è l’investimento sul capitale umano. Mi riferisco alla carenza di medici e all’imbuto delle scuole di specializzazione che va superato, allo sblocco del turnover, ad un forte investimento nelle borse di studio e alla valorizzazione del personale. Inoltre, è necessario lavorare sempre più sul settore biomedicale per rendere il nostro territorio sempre più competitivo a livello mondiale. A livello nazionale dobbiamo costruire delle reti analogamente a quanto si è fatto in Emilia Romagna con la rete dei laboratori, quella delle malattie infettive e delle terapie intensive. Credo, infine, sia necessario fare passi avanti verso un’appropriatezza della prescrizione diagnostica. In Italia l’eccesso di prestazioni costa allo Stato 13 miliardi di euro l’anno, soldi che potrebbero essere invece ridistribuiti nel sistema sanitario nazionale. Non serve ridurre le prestazioni, ma garantire alle persone di avere accesso ad un loro diritto e avere le risorse da investire sulla diagnostica necessaria. In conclusione, per mettere in pratica questi ragionamenti credo sia fondamentale una logica circolare e di comunità ed è proprio attraverso il dialogo e la collaborazione attiva con il territorio che la pubblica amministrazione può costruire strategie efficaci ed efficienti per la nostra sanità e il nostro welfare. 

Ottavia Soncini – Presidente della Commissione Politiche per la salute e Politiche sociali della Regione Emilia-Romagna 

Sanità, a fianco delle pazienti oncologiche: dalla Regione un contributo di 400 euro per acquistare una parrucca

Perdere i capelli durante le cure antitumorali significa aggiungere sofferenza a un dolore già immenso. E accrescere la propria fragilità, l’emotività, il disagio nel rapporto con gli altri. 
Per questo, la Giunta regionale dell’Emilia-Romagna ha deciso di essere a fianco delle donne che attraversano questa difficile fase della loro vita. 
E lo fa disponendo l’erogazione, a carico del Servizio sanitario regionale, di un contributo di 400 euro per l’acquisto di parrucche da parte delle pazienti che perdono i capelli in seguito a trattamenti chemioterapici o radioterapici per la cura di patologie oncologiche. Il contributo verrà assegnato una tantum, indipendentemente dall’Isee e dalla situazione reddituale della paziente.

Il contributo: come funzionaVerrà concesso a donne in cura residenti in Emilia-Romagna dove, quest’anno, sono circa 3.400 le pazienti oncologiche con possibile alopecia da chemio o radioterapia. 
Le richieste di contributo dovranno essere indirizzate all’Azienda Usl di residenza, utilizzando la modulistica e gli eventuali indirizzi operativi che verranno definiti dalla Direzione generale Cura della Persona, Salute e Welfare dell’assessorato regionale alle Politiche per la salute entro un mese circa a partire da oggi. 
Le pazienti dovranno allegare il certificato che attesti la patologia neoplastica e l’alopecia verificatasi in seguito a trattamenti radioterapici o chemioterapici, insieme alla ricevuta di avvenuto pagamento per l’acquisto della parrucca (fattura o scontrino recante il codice fiscale del paziente che presenta la domanda) posteriore alla data di entrata in vigore del provvedimento stabilito dalla Giunta. 
Sarà l’Azienda Usl, una volta verificata la regolarità della documentazione presentata, ad accogliere le domande ammissibili e a concedere il contributo richiesto, rendicontando alla Direzione generale dell’assessorato.

Altre 1.200 assunzioni nella sanità dell’Emilia-Romagna nei primi 3 mesi dell’anno: salgono a 10.300 dal 2016

Tanti nuovi, più giovani, e con contratti a tempo indeterminato, in un contesto che registra percentuali di turnover da record, mediamente del 120% e con punte superiori al 150% per gli infermieri. È l’ultima fotografia, presentata in Regione, del personale impiegato nel Servizio sanitario dell’Emilia-Romagna, che restituisce un quadro complessivo nel quale i numeri parlano da soli.

Toccano infatti le 1.200 unità, per la precisione 1.236 (882 nel comparto e 354 nella dirigenza), le assunzioni nei primi 3 mesi del 2019, con una media di 400 al mese; e le stabilizzazioni, in prosecuzione degli accordi sottoscritti con le organizzazioni sindacali, sono 303 (94 nel comparto e 209 nella dirigenza). E anche l’età media dei medici si abbassa: nel 2009, quelli con meno di 44 anni erano il 30%, a fine 2018 sfiorano il 40%.

Un dato che consolida una tendenza che ha visto il 2018 chiudersi con 4.223 assuntia tempo indeterminato, di cui 1.746 stabilizzazioni, per un triennio, dal 2016, con 9.106 assunti, compresi 3.204 usciti dal precariato.

In totale, alla fine di marzo si contano 10.342 fra medici, infermieri, ostetriche,tecnici e operatori assunti a tempo indeterminato, di cui 3.507 stabilizzati, nelle aziende sanitarie da Piacenza a Rimini.

Tutto ciò grazie alle intese siglate con le Organizzazioni sindacali di dirigenza medica e comparto per rafforzare ulteriormente il piano delle assunzioni e l’innovazione nel servizio sanitario dell’Emilia-Romagna voluto dalla Regione, con le ultime due recenti che sono andate a integrare altrettanti protocolli regionali per la stabilizzazione dei precari, del dicembre 2017 e l’altro del maggio 2018. Confronto e condivisione con i sindacati, un valore aggiunto che ha portato a risultati unici nel panorama nazionale, con le politiche della Regione che garantiscono nuove possibilità di impiego o un futuro certo a chi già opera nel Servizio sanitario dell’Emilia-Romagna.

Professionisti e operatori sanitari entrati dunque stabilmente in corsia e nei servizisu cui la Regione ha fortemente investito con un duplice obiettivo: alzare ancora di più la qualità dei servizi e delle prestazioni fornite, anche attraverso piani specifici come quello sulla riduzione delle liste d’attesa per visite ed esami o la realizzazione della rete della Case della Salute.