“Aumentare il fondo regionale per la non autosufficienza e garantire qualità ed efficienza della rete delle Cra consolidando i servizi esistenti e aumentando la sicurezza”

Nel pieno della seconda ondata dei contagi da Covid-19, che con preoccupazione investe tante residenze per anziani e non autosufficienti anche nella nostra Regione, l’Assemblea Legislativa regionale ha approvato all’unanimità una risoluzione presentata dalla Presidente della Commissione Sanità, la consigliera Pd Ottavia Soncini, e dalla collega Francesca Maletti. Il documento, appoggiato da tutta la maggioranza, chiede che la Regione dia maggiore sostegno alle Case Residenza, considerate le molte difficoltà che stanno fronteggiando.

“Le residenze per persone anziane e non autosufficienti hanno visto un calo delle entrate e al contempo hanno dovuto fare fronte a notevoli spese per garantire più alti livelli di sicurezza e controllo sulla diffusione del contagio da coronavirus. Hanno avuto inoltre difficoltà a recuperare personale formato” premettono Soncini e Maletti.

“Dovremo costruire per il futuro – sottolineano le consigliere regionali Pd – forme più leggere di residenzialità: appartamenti e condomini protetti e accessibili con spazi comuni, co-housing e maggiori servizi di assistenza domiciliare. Sarebbe però utopistico affermare di poter fare a meno dei servizi residenziali: di residenzialità c’è ancora molto bisogno per rispondere alle persone con elevati bisogni sanitari”

Il calo demografico, le caratteristiche della popolazione anziana, con bisogni assistenziali e sociosanitari sempre più elevati, e la composizione e struttura delle famiglie che caratterizzano l’attualità ce lo impongono. Le Cra devono essere luoghi di cure e di vita e somigliare il più possibile a soluzioni familiari per i nostri anziani non-autosufficienti.

“Il documento, e siamo soddisfatte che abbia trovato il consenso di tutto il Consiglio regionale, pone l’accento sul fatto che la realtà è molto composita. – spiegano Soncini e Maletti – Ci sono Cra a gestione comunale e Cra gestite da Asp, da cooperative sociali, da privati, da fondazioni, da enti religiosi. Impegniamo la Giunta a confermare tutte le misure di prevenzione anti-Covid già messe in campo nelle strutture sociosanitarie, a proseguire in tutte le azioni di sostegno finanziario intraprese quali il sostegno alle spese per l’acquisto di DPI e dei costi di sanificazione, alla remunerazione sia per i gestori pubblici che privati della quota sanitaria per i posti non utilizzati. Chiediamo infine di valutare di aumentare le risorse del Fondo regionale per la non autosufficienza anche se è già tra i più alti a livello nazionale, per consolidare i servizi esistenti, adeguandoli ai maggiori livelli di sicurezza richiesti”.

«Abbiamo bisogno di stare in comunità. Inventiamo nuovi modi per farlo»

Ho letto con attenzione la lettera del vescovo Massimo Camisasca ai sacerdoti e diaconi della nostra diocesi. Mi ha colpita. Ho ripensato a quei mesi del lockdown nei quali la comunità si è mostrata nella sua indispensabilità proprio nel momento in cui è venuta a mancare.

Tutti noi abbiamo compreso che non siamo individui, ma siamo costituiti da parti che sono le nostre relazioni e che ci è impossibile pensarci singolarmente. L’esperienza di vulnerabilità avuta nel lockdown ci ha ricondotti ad una somiglianza straordinaria nella nostra condizione (paura di ammalarsi, confinamento in casa…) ma non eravamo uguali (differenza di classe, di fragilità, di provenienza geografica). Eravamo simili nella vulnerabilità. E la risposta a quella vulnerabilità non poteva che essere comune. “Nessuno si salva da solo” ha detto Papa Francesco. Concretamente non possiamo anche oggi pensarci singolarmente invulnerabili a prezzo della vulnerabilità di qualcun altro.

La risposta alla pandemia o è comunitaria o non è. Dipende dal comportamento che ciascuno di noi ha (gel, mascherina, distanza fisica) rispetto agli altri. Inoltre, ci sono persone più fragili di altre che hanno bisogno di essere sostenute, accompagnate: il volontariato sociale e sanitario, la protezione civile sono state indispensabili. Ricordiamo tutti le canzoni dai balconi, quei balconi che sono diventati surrogati di comunità, da lì abbiamo cantato, abbiamo calato ceste per il cibo e per i farmaci. Qualcuno li ha chiamati “serenata per la democrazia”. Era una impresa troppo grande per essere vissuta da soli e la gestione della emergenza è avvenuta ad emergenza ancora in corso, per questo dovevamo metterci insieme, fare comunità. La vulnerabilità (vulnerabilis- abilis) ci ricorda che tutti siamo potenzialmente soggetti a ferite, questa parola apre alla potenzialità della nostra fragilità e tutto ciò apre alla cura. Pensare a sè come vulnerabili significa pensare a una forma di cura che è più aperta, partecipata. Bene fa il vescovo a cambiare la narrazione, abbiamo bisogno di sentire parole diverse, nuove: relazioni, reciprocità, piacere della comunità come elemento caldo dello stare insieme. Non sappiamo cosa ci aspetta, la politica è insicura dice il vescovo, è vero.

La politica è fatta di uomini. La politica sta ascoltando la comunità tecnica, medica e scientifica che chiede giustamente attenzione, prudenza, responsabilità. Ma siccome la politica deve proteggere e provvedere io mi sento, oggi, di raccogliere le parole del vescovo e di dire che abbiamo bisogno delle nostre comunità, di relazioni, ma soprattutto abbiamo bisogno di stare vicino come cittadini a coloro che rischiano di rimanere ancora di più ai margini: anziani, persone disabili, sofferenti psichici, persone segnate da dipendenze, bambini spesso considerati cittadini di serie B. Inventiamo modi nuovi di vivere il nostro essere comunità e il nostro essere fatti di relazioni. La salute mentale ed emotiva, oltre a quella fisica, alla politica sta a cuore. La speranza non manca perché nella nostra terra siamo pieni di energie e risorse che possono essere alimentate e io so che la politica ha bisogno delle energie e risorse del territorio per affrontare questo momento difficile.

Il mio intervento per “Il Rolino”

Pubblicato il 1 agosto 2020 su “Il Rolino”, periodico mensile di informazione a cura del Circolo Pd di Rolo

Oggi siamo tentati di dimenticare e metterci alle spalle questi ultimi difficili mesi dai quali siamo usciti grazie alla medicina, al distanziamento fisico e alla responsabilità individuale. Nella nostra provincia, nella nostra Regione, abbiamo affrontato la pandemia facendo leva su due grandi oggetti di valore. Il primo, il nostro sistema sanitario universalistico basato su strutture tendenzialmente pubbliche, ci ha consentito di avere uno sguardo di sistema sulla qualità delle prestazioni e sulle cose fatte. Accanto a ciò, la disponibilità e la forza di una grande infrastruttura pubblica che può organizzare il servizio di prevenzione, profilassi, analisi e risposta. Un sistema sanitario che in questi decenni ha investito negli ospedali e nella sanità del territorio. Mi auguro che dopo questa esperienza si sia definitivamente compreso cosa significhi, in termini di garanzie per la salute di una comunità, una sanità pubblica forte ed un sistema universalistico. Il secondo oggetto di valore è quello dei servizi sociali in senso ampio e l’aiuto delle comunità. Abbiamo vissuto un paradosso: le istituzioni hanno chiesto una prova di cittadinanza individuale e nello stesso tempo collettiva. Le persone hanno dovuto responsabilmente confinarsi in casa e contemporaneamente rendersi conto di quanto sia indispensabile la relazione tra le persone. Si è infatti scatenata una gara di solidarietà fatta da volontari della protezione civile, scout Agesci, volontariato sanitario e socio-assistenziale, empori solidali. Il terzo settore, dal volontariato, all’associazionismo di promozione culturale, alla cooperazione sociale costituiscono infrastrutture fondamentali per la coesione sociale della nostra regione e hanno dimostrato di esserci sempre. Questa pandemia ha legato noi tutti in una “comunità di destino”. Eppure, oggi stiamo vivendo un momento particolare nel nostro rapporto con la pandemia. Eravamo convinti che i sacrifici di questi mesi fossero stati sufficienti. Quello che invece appare evidente oggi, è che il virus non si sta fermando a livello mondiale e che dovremo abituarci al prolungamento delle misure di sicurezza sanitarie almeno fino a fine ottobre, all’incertezza per il lavoro, alla distanza da tante persone. È probabile che in alcuni momenti ci faremo prendere dallo scoramento e, in altri, dalla rabbia comprensibile per la perdita di sicurezze sanitarie, sociali, occupazionali. Avremo bisogno di pazienza, generosità e tenacia.  

Il Covid-19 ci ha fatto capire che possiamo migliorare la sanità di eccellenza dell’ Emilia-Romagna. Serve una svolta a favore della sanità del territorio: case della salute, assistenza domiciliare, medicina di gruppo, ospedali di comunità, infermieri di comunità. Credo fortemente che la sanità, oltre a fondarsi sul pilastro ospedaliero, dovrà sempre più fondarsi sul pilastro fatto di assistenza decentralizzata e diffusa sul territorio con le reti e i legami di comunità. La chiave di questo secondo tipo di intervento è la relazione di cura e accompagnamento, la qualità di vita, delle relazioni e la generatività. Un diffuso sistema di servizi di comunità dove ogni cittadino possa ambire a rimanere nel proprio ambiente abitativo, relazionale e culturale, anche quando non è più autosufficiente. Al di là di ogni retorica, insisteremo molto in Emilia-Romagna sull’integrazione territorio-ospedali e socio-sanitaria. Più investiamo sul sociale e più aiutiamo la sanità, più investiamo sulla domiciliarità, sulla presa in carico, sulla prossimità e su percorsi di autonomia più preveniamo le fragilità. 

I fondi europei del Recovery Fund e del MES saranno per noi fondamentali. La maggior parte delle risorse del Recovery fund, chiamato patto generazionale per le prossime generazioni UE, sono trasferimenti sotto forma di contributi diretti. Ora il nostro paese insieme a Regioni e territori deve scrivere un piano per indicare le priorità: dalla lotta al cambiamento climatico, al recupero di posti di lavoro con una attenzione particolare a giovani e donne, alla tassa digitale, alla solidarietà verso i paesi più colpiti dalla Pandemia. I 2 o 3 miliardi di euro che arriverebbero all’Emilia-Romagna attraverso il MES, necessari perché disponibili subito, senza condizionalità se non quella di utilizzarli per la sanità, potrebbero essere impiegati per assumere personale, strutturare gli specializzandi, creare nuovi ospedali e sistemare quelli esistenti, nuove Case della Salute, acquistare tecnologie e macchinari. È il momento di agire e di guardare avanti sfruttando al meglio queste risorse per la sanità ed il welfare della nostra regione. 

Questa crisi è simmetrica perché la pandemia ha colpito tutti i Paesi, ma ha avuto e avrà effetti asimmetrici perché ha indebolito ancora di più le fasce vulnerabili della popolazione: i giovani, le donne, le persone con disabilità, i bambini, le persone anziane. È molto presto per interpretare quello che sta avvenendo, abbiamo bisogno di un silenzio operoso: il silenzio di chi studia e di chi ascolta, il silenzio di chi cerca di conservare il lavoro, il silenzio di chi si adopera perché le scuole riaprano al meglio e perché i bimbi che nascono siano accolti come una ricchezza da tutta la comunità. 

Ottavia Soncini – Presidente della Commissione Politiche per la salute e Politiche sociali della Regione Emilia-Romagna 

Fondo Sociale: dalla Regione quasi 50 milioni ai territori

49,3 milioni di euro per finanziare il fondo regionale per le politiche sociali: un pacchetto di risorse che la Regione Emilia-Romagna destina a Comuni e Unioni di Comuni per garantire il funzionamento dei servizi sociali e sociosanitari, di cui 5,3 milioni verranno destinati alla provincia reggiana.

“Si tratta di risorse importanti – dichiara Soncini – in un momento in cui gli Enti locali sono impegnati in prima linea e il sistema dei servizi sociali è chiamato a fare i conti con vecchi e nuovi bisogni”.

Il via libera alla proposta di programmazione e ripartizione delle risorse per il 2020 presentata dalla Vicepresidente Elly Schlein è arrivato oggi in Commissione Politiche salute e Politiche sociali, presieduta dalla Presidente Ottavia Soncini. Come lo scorso anno, la Regione ha deciso di destinare l’intera quota nazionale al rafforzamento degli interventi a favore di bambini, adolescenti e famiglie con figli.

“Abbiamo riposizionato il fondo tenendo conto della crisi determinata dal Covid-19- interviene Soncini- prevedendo un’attenzione specifica al contrasto alla dispersione scolastica, alla povertà minorile, educativa e relazionale e alle comunità e strutture residenziali per minori in prima linea in questa emergenza. Questa è una crisi simmetrica, che ha interessato tutti i Paesi, ma con effetti asimmetrici perché ha indebolito ancora di più le fasce deboli della nostra popolazione. Le famiglie negli ultimi anni sono state al centro di profondi cambiamenti sociali, culturali, demografici ed economici ora rischiano di aggiungersi nuove dimensioni di vulnerabilità dovute ad un abbassamento delle condizioni di reddito, alla perdita di posti di lavoro, alla diminuzione di opportunità, ma anche una minore fiducia delle giovani generazioni verso il futuro. La situazione richiede il massimo sforzo amministrativo e di sapere dare risposte in fretta; i servizi pubblici, in particolare sociali, sanitari ed educativi, faranno la loro parte nella realizzazione di progettualità innovative che mettano al centro la persona e le sue fragilità a partire dal contrasto a forme di disagio ed esclusione sociale che potrà avere effetti nel medio e lungo periodo. Andrà monitorato il rischio forte di penalizzazione delle donne e dei giovani nel mondo del lavoro”. Conclude Soncini “dovremo essere molto attenti alle persone in difficoltà economica che non rientrano nelle misure di sostegno al reddito ordinario e straordinario di livello nazionale ed europeo.”

Le persone al centro della ripartenza. Il sistema sanitario pubblico incentrato sulle comunità e sulla prevenzione delle fragilità

Sanità, welfare e lavoro al centro dell’intervento della consigliera regionale Ottavia Soncini, presidente della commissione politiche della salute e sociali, durante la seconda seduta telematica dell’assemblea legislativa. “A fronte dei sacrifici fatti, nelle prossime settimane non dobbiamo lasciare nessuno indietro. – ha detto Soncini – I nostri concittadini, le nostre imprese, le nostre famiglie non devono sentirsi abbandonate e devono poter trovare risposte ai loro bisogni. Dobbiamo continuare a fare squadra e offrire un quadro chiaro di quando, chi e come ripartirà. Per questo la ripartenza deve avvenire in maniera coordinata e condivisa, mettendo al centro il tema sanitario ma anche quello della ripresa delle filiere industriali che sono la linfa dei nostri territori. Proprio in commissione ho sottolineato che sarebbe opportuno istituire un’agenzia centrale tecnica per il contrasto al Covid 19 presso l’Iss per un coordinamento veloce dei dipartimenti di prevenzione sul territorio insieme alla medicina di base. Quindi un sistema sanitario pubblico incentrato sui bisogni delle nostre comunità e sulla prevenzione delle fragilità, coinvolgendo la medicina d’iniziativa, il terzo settore e monitorando a tappeto le condizioni di salute dei territori, mettendo al primo posto anche la prevenzione, quindi corretti stili di vita, alimentazione sana e movimento”.

Fondamentale sarà anche il protocollo condiviso con le parti sociali per garantire la tutela e la sicurezza negli ambienti di lavoro, tema che verrà trattato anche nella prossima commissione IV. “La priorità è far rispettare, a tutti i livelli, le misure per il distanziamento fisico e promuovere l’utilizzo diffuso dei dispositivi di protezione individuale, fino a quando non saranno disponibili una specifica terapia e un vaccino, a partire dall’uso delle mascherine chirurgiche per tutti sia all’interno che all’esterno dei locali”. Soncini ha sottolineato anche la necessità di un uso corretto dei test sia di quelli molecolari sia di quelli sierologici, ed è necessario predisporre un piano nazionale in grado di fotografare efficacemente lo stato epidemiologico del Paese. “Dobbiamo inoltre intervenire con più incisività sulle persone che abitano con conviventi in quarantena perché positivi al Coronavirus e nelle strutture protette e nelle strutture residenziali sociosanitarie per anziani e disabili, che vivono una situazione di emergenza nell’emergenza. È necessario inoltre -prosegue- ripartire progressivamente per garantire le cure a tutti gli emiliano-romagnoli. Da oggi, a seguito della ordinanza emanata ieri dalla Regione, in tutta l’Emilia-Romagna, è ripartita l’erogazione di alcune prestazioni programmabili e non urgenti da parte delle strutture del sistema sanitario pubblico e privato. Di pari passo alla ripartenza vi è l’accompagnamento, in particolare delle famiglie con persone con disabilità, alle quali va garantito il diritto universale di presa in carico. Le cose fatte vanno implementate ed un ruolo fondamentale a supporto di queste famiglie e delle diverse attività lo può avere il terzo settore e il volontariato”.

 Ultimo ma non meno importante il tema della famiglia e del ruolo della donna. “Le donne devono poter tornare al lavoro al pari degli uomini perché non ci si può permettere il crollo produttivo del mondo femminile. – ha concluso Soncini – Abbiamo bisogno di riorganizzare e ripensare sia i servizi scolastici sia i servizi comunali. Le persone e i loro diritti devono essere al centro: a partire da disabili, adolescenti e soprattutto bambini piccoli nell’epoca del distanziamento. Sia chiaro, sono per la tutela della salute e la gradualità, ma anche per la progettualità. Qui deve arrivare il nostro sforzo per rassicurare e accompagnare le famiglie che affidano alla comunità il bene più prezioso: i figli. Per questo serve il pieno sostegno alla conciliazione lavoro-famiglia, ed è urgente che la politica elabori una proposta fattibile e flessibile sull’infanzia. Questa emergenza deve essere l’occasione per passare da un welfare familistico, che spesso scarica sulle generazioni dei nonni e dei genitori compiti di cura e accudimento ad un welfare famigliare per sostenere le famiglie e le loro difficoltà”.

Puntiamo su un welfare familiare che renda ancora più solida e solidale la nostra Regione

“L’impatto demografico di questa emergenza avrà effetti importanti anche sulla natalità. I fattori frenanti sono l’aumento delle difficoltà economiche, il rallentamento per i giovani dell’accesso al lavoro, la posticipazione delle scelte di autonomia e formazione di una propria famiglia, l’incertezza sul dopo. Per questo è necessario che la Regione Emilia-Romagna metta in campo tutte le misure possibili a sostegno dei bambini e delle famiglie”. A dirlo è la consigliera regionale Ottavia Soncini, Presidente della Commissione Politiche della Salute e Sociali, a margine della Commissione Parità, nella quale è intervenuta anche l’assessore Barbara Lori circa i riflessi dell’emergenza Covid 19 sulle politiche di parità della Regione.

“Le principali conseguenze indirette del contenimento del virus tendono a ricadere significativamente proprio sui più giovani. — spiega Soncini — È ad essi che vengono chiesti i maggiori sacrifici per proteggere, giustamente, le generazioni più mature. Giovani che in questa emergenza, perdono giorni di scuola, opportunità di lavoro, reddito. Ci sono ostacoli che non sono scomparsi, anzi, in questa situazione rischiano di amplificarsi. Se vogliamo il bene delle nuove generazioni ma soprattutto se vogliamo che i giovani diano la spinta per una ripartenza dopo l’emergenza, è necessario pensare ad un piano che restituisca ad esse una posizione centrale nelle politiche del paese e in quelle regionali. — conclude Soncini — Un piano orientato a rafforzare la loro formazione, l’ingresso qualificato nel mondo del lavoro, la valorizzazione del capitale umano, e la realizzazione piena dei progetti di vita. Per questo immagino un piano in cui chi ha bambini o desidera averli, sappia quali siano le opportunità che questa Regione offre, gli interventi non spezzettati ma organici. Perché chi ha un figlio deve avere la certezza che verrà sostenuto dalla comunità. Puntiamo quindi su un welfare familiare che renda ancora più solida e solidale la nostra Regione”.

Secondo la consigliera Soncini le donne devono essere al centro della ripartenza. “Dobbiamo inoltre proseguire nel sostegno alle donne. A quelle che vorrebbero avere più figli ma molto spesso non riescono a farli o addirittura rinunciano alla presenza nel mercato del lavoro dopo la nascita del primo. Ad oggi i dati sull’occupazione femminile della Emilia-Romagna sono positivi. Questo deriva anche dalle politiche messe in campo a sostengo delle famiglie, dall’abbattimento e azzeramento delle rette, al piano adolescenza, dall’abolizione dei superticket sanitari al fondo affitti, per citarne alcune. È questa la direzione che dobbiamo mantenere, puntando sempre a migliorarci”.

Ridotte o azzerate le rette per i nidi e contributi per l’affitto: 30 milioni per misure a sostegno delle famiglie

Abbattimento o azzeramento delle rette di iscrizione ai nidi (compresi micronidi e sezioni primavera per bambini dai 24 a 36 mesi di età) e a tutti i servizi integrativi per la prima infanzia, pubblici e privati convenzionati con i Comuni, per i bimbi da 0 a 3 anni. Ma anche contributi per l’affitto alle famiglie in difficoltà.

È il nuovo welfare targato Emilia-Romagna, su cui la Regione investe da subito 30 milioni di euro (quasi 20 per i mesi da qui a fine anno), per poter garantire i contributi già da settembre, con l’avvio dell’anno educativo. Risorse originariamente destinate al Reddito di solidarietà – poi sostituito dalla misura nazionale del Reddito di cittadinanza – che ora la Giunta guidata dal presidente Stefano Bonaccini ha deciso di reimpiegare per questi nuovi servizi. Per dare un sostegno concreto e immediato ai cittadini e alle famiglie dell’Emilia-Romagna: basti pensare che la riduzione delle rette dei nidi, rivolta a nuclei familiari con un Isee massimo di 26 mila euro, comporterà un risparmio medio di circa 1.000 euro l’anno per ogni bambino iscritto, cifra che cresce nel caso di un bambino con disabilità residente in un Comune montano.

Due novità che non hanno precedenti e che costituiscono il cuore della manovra di assestamento di bilancio regionale 2019, che approderà la prossima settimana in Assemblea legislativa per l’approvazione definitiva.

18 milioni ai Comuni per abbattere o azzerare le rette dei nidi

Le risorse per i nidi vengono assegnate a tutti i 220 Comuni dell’Emilia-Romagna sede di servizi educativi per la prima infanzia, che avranno il vincolo di utilizzarle esclusivamente per l’obiettivo individuato, quindi per abbattere o azzerare le rette di frequenza al nido e ai servizi integrativi, sia pubblici che privati convenzionati. Si tratta di una realtà che in Emilia-Romagna interessa una platea di oltre 28.400 bambini (0-3 anni), quelli appunto iscritti sull’intero territorio regionale, da Piacenza a Rimini, ai nidi e ai servizi integrativi per la prima infanzia, come esempioSpazio bambini, Centri per bambini e famiglie e Servizi domiciliari. A questo obiettivo sono destinati, per l’anno scolastico 2019-2020 18,25 milioni, posta che sarà poi ripetuta anche per i due anni scolastici successivi 2020-2021 e 2021-2022 in sede di predisposizione del prossimo bilancio pluriennale.

12,5 milioni per sostenere le famiglie sull’affitto

Risorse a cui si aggiungono circa 12,5 milioni che la Giunta ha voluto destinare al sostegno dei cittadini nella spesa di affitto della casa, un’altra voce di peso nel bilancio familiare: secondo la più recente rilevazione Istat (2018) questo costo rappresenta circa un quinto del budget mensile complessivo di una famiglia ma, non di rado, può superare la soglia critica pari ad un terzo del reddito disponibile. Ed è proprio a questa “fascia grigia”, che non si trova tecnicamente in condizione di povertà ma fatica molto a sostenere questa spesa incomprimibile, che la Regione vuole rivolgersi. Anche in questo caso le risorse del ‘fondo affitto’, che la Regione intende rendere strutturale per i prossimi anni, sono destinate a tutti i Comuni dell’Emilia-Romagna.

A partire dalla possibilità di ridestinare allo scopo le risorse della cosiddetta morosità incolpevole, riservate alle città ad alta tensione abitativa ad oggi non impegnate dai Comuni. Si tratta di risorse tecnicamente già presenti nei bilanci comunali ma che, per gli eccessivi vincoli posti dalla norma statale, non riescono poi materialmente ad essere erogate alle famiglie bisognose. Una nuova norma consente ora alle Regioni di sbloccare queste risorse e di destinarle al fondo per l’affitto. Conclusa la ricognizione tuttora in corso, la Giunta confida di poter riassegnare una somma di circa 7,5 milioni di euro agli stessi Comuni affinché possa essere effettivamente utilizzata nei confronti delle famiglie in affitto. A questi, già con l’assestamento di bilancio, la Regione aggiungerà ulteriori 5 milioni euro da poter utilizzare da qui a fine anno per incrementare il fondo stesso, al fine di estendere l’insieme dei possibili beneficiari del contributo anche alle famiglie che risiedono nei Comuni non classificati ad alta tensione abitativa. Un primo passo a cui ne farà seguito un altro più impegnativo, portando sul prossimo triennio 2020-2022 risorse pari a 36 milioni di euro, cioè 12 milioni per ciascun anno.

Modalità e criteri di assegnazione delle risorse

Per quanto riguarda i contributi per i nidi, ai Comuni sede di servizi sarà assegnato un budget finanziario determinato sulla base del numero dei bambini iscritti nell’anno 2017-2018.Potranno usufruire delle risorse soltanto i Comuni che entro il 15 settembre 2019 faranno richiesta di finanziamento alla Regione, accompagnata da un impegno formale di utilizzo delle risorse esclusivamente per l’abbattimento delle rette di frequenza.

La riduzione delle rette interesserà i nuclei familiari con un Isee massimo di 26 mila euro, che potranno risparmiare in media 1.000 euro l’anno per ogni bambino iscritto, anche di più nel caso di un bambino disabile residente in un Comune montano. Decidere come articolare concretamente l’abbattimento o addirittura l’azzeramento delle rette spetterà ai Comuni, posto che la politica tariffaria risulta oggi molto diversificata nel territorio. Considerando che attualmente il costo delle rette mensili può variare da 100 a 500 euro per un nido a tempo pieno, l’impatto atteso porterà all’abbattimento di almeno un terzo per le rette medie o fino all’azzeramento per quelle più basse.

Modalità e criteri di assegnazione dei contributi per l’affitto, invece, saranno definiti da un’apposita Cabina di regia, composta da rappresentanti di Regione e Comuni, che si insedierà a breve. È in ogni caso intenzione della Giunta far precedere la predisposizione della misura da un tavolo di concertazione con le rappresentanze sociali coinvolte, al fine di approntare un provvedimento che possa assumere un più incisivo carattere strutturale nel triennio 2020-2022.

Ragazzi con disabilità, dalla Regione 2,5 milioni di euro l’anno per favorire il passaggio dalla scuola al lavoro

Percorsi personalizzati per sostenere igiovani con disabilità nel delicato passaggio dalla scuola al lavoro: via libera dalla Giunta regionale alla programmazione pluriennaledi un pacchetto di interventi finanziati annualmente con 2,5 milioni di euro del Fondo sociale europeo.

Già approvati i progetti da realizzare nell’anno formativo 2019/2020.

Destinatari dei progetti individuali di accompagnamento su cui la Regione ha deciso di investire sono 1.000 giovani con disabilità certificata (quella prevista dalla legge nazionale 104 del 92), in particolare 760 studenti che frequentano gli ultimi anni del proprio percorso formativo ed educativo e 240 giovani che lo hanno da poco terminato.

Nel primo caso ad individuare gli alunni sono le oltre 100 istituzioni scolastiche che hanno aderito all’iniziativa: sono previsti percorsi di orientamento e rafforzamento dell’autonomia individuale, anche fruibili in modo singolo, personalizzato e flessibile.

I ragazzi che, invece, hanno già concluso gli studi saranno individuati dai Servizi socio-sanitari cui sono in carico, e per loro si realizzeranno interventi e percorsi formativi a carattere orientativo, per potenziarne l’autonomia, valorizzarne le competenze e le capacità possedute e aiutarli ad acquisirne di nuove e specifiche.

Da un primo riscontro sull’efficacia dei risultati raggiunti con i progetti attivati nell’anno formativo 2017/2018, seppure con dati non ancora definitivi, emerge che dei 143 ragazzi destinatari dei percorsi successivi alla scuola la quasi totalità, 141, aveva avviato almeno un tirocinio, e 24 giovani avevano stipulato un contratto di lavoro.

La peste bianca in Occidente

A Milano, la seconda città d’Italia e cuore della sua crescita economica, ci sono più cani che nuovi nati. Il capoluogo lombardo ha perso metà delle nascite in dieci anni, passando da 17 mila nel 2006 a meno di diecimila nel 2017. Quando parliamo di Milano non parliamo di una città in crisi, anzi: così come la nostra Emilia-Romagna può vantare risultati eccezionali nel campo dell’esportazione e della piena occupazione, la capitale ambrosiana vive una vivacità e un dinamismo economico che la rende ancora una volta nella storia autentica locomotiva nazionale.

Il nostro Nord è uscito dalla fase più grave della crisi mondiale, eppure – tra molti riconoscimenti in tema di qualità dei servizi pubblici e di preziose forme di resilienza nel campo dell’educazione e del welfare privato – il fantasma della “peste bianca”, di cui scriveva nel 1974 Pierre Chaunu evocando in forma letteraria il rapido e inatteso tramonto dell’Occidente, si aggira nelle capitali come nelle province di un continente che guarda ovunque purché non sia costretto a osservare all’altezza degli occhi la realtà.

Una realtà che ci ha consegnato, al termine del secolo più sanguinoso della storia dell’umanità, il privilegio del sogno dell’edificazione di una società finalmente libera dai conflitti, pacificata tra gli esseri, equa nella convivenza sociale, libera nella manifestazione del proprio sentimento religioso – e che per converso, senza che i primi topi iniziassero a comparire nell’immortale romanzo di Albert Camus, si ritrova oggi gravemente affetta da un virus potenzialmente mortale, e potenzialmente mortale per sempre.

Abbiamo letto tutti gli ultimi dati Istat relativi alle dinamiche demografiche italiane.

Neppure più l’elevato tasso di natalità assicurato dalle coppie di stranieri riesce a compensare il crollo della natalità tra italiani. Il biennio 2017-2018 è analogo a quello del secolo precedente, a Grande Guerra in corso, e alla terribile epidemia di “spagnola” che vi fece seguito.

Il resto degli indicatori conferma una semplice constatazione: gli italiani hanno smesso di generare figli e questa colossale frenata nelle nascite va creando le condizioni per uno stravolgimento epocale nell’assetto della società: sia sufficiente evocare il crack del sistema pensionistico nazionale, più vicino di quanto analisti e governanti tendano a riconoscere. “L’Italia – ha osservato il prof. Blangiardo, docente di Demografia all’Universita di Milano-Bicocca – sembra un paese che non sia più in grado di autosorreggersi”.

Le previsioni Istat vengono riaggiornate anno dopo anno. Un calo di 400mila italiani l’anno, previsto tra trent’anni, oggi è invece alle porte. Gli italiani figli di italiani attualmente sono 55 milioni – un numero che evoca gli anni Settanta. Gli over 65enni rappresentano il 22,8% della popolazione e sono in rapida crescita. Qualora le tendenze in corso vengano confermate, nel volgere di una sola generazione dovremo familiarizzare con concetti quali “civiltà fantasma”, in voga in Giappone, il paese più longevo al mondo, dove il numero dei bambini è inferiore al 10% della popolazione e dove gli asili vengono riconvertiti in strutture per anziani (più del 45% dei giapponesi è over 65).

Sarebbe illusorio credere che il problema riguardi solo noi italiani. Un altro esempio, per essere chiari: nei paesi dell’Europa dell’Est, a suo tempo appartenuti al blocco sovietico, il numero degli abitanti dalla riconquistata libertà ad oggi è calato di quasi 20 milioni di unità. Possibile? È ciò che è avvenuto. E la fuga degli abitanti dal blocco di Višegrad indica un trend che si estende dal Baltico al Mar Nero: anche l’Europa orientale sta fuggendo da se stessa e anche di essa si parlerà come di una “civiltà fantasma” nel volgere del presente secolo.

Il solo tentativo su larga scala sinora compiuto per contrastare il crollo demografico da popoli in difficoltà è stato messo in opera circa un decennio fa dalla Federazione Russa, con risultati controversi: forti sostegni cash alle famiglie che procreano e innalzamento drastico dell’età pensionabile. A ciò sono state accompagnate politiche per un più corretto stile salutare da parte dei maschi russi, non proprio una caratteristica tradizionale. Qualche risultato positivo, nell’inversione dell’indice demografico, si è visto.

E in Italia? Per paradosso, il tema del suicidio identitario del Paese è espulso dal dibattito politico e dal dibattito pubblico. Si discetta molto di preferenze singolari ma non ci si accorge che la peste bianca ha ormai colpito l’intera penisola. “Mettere su” famiglia appare un’impresa disperata e, comunque, nelle mille difficoltà della società atomizzata, è andato in gran parte smarrendosi il valore aggiunto della famiglia tradizionale fatto di aiuto reciproco, di mutuo sostegno, di solidarietà permanente.

Risposte istituzionali e sociali a sostegno della famiglia vanno accompagnate da una risposta personale: siamo ancora capaci di affrontare la fatica e le conseguenze che comportano la maternità? Il dono di un figlio, la scelta gratuita di essere madri e padri ha implicato per secoli risposte ataviche. Oggi, dinanzi all’enormità di una vita che nasce, persino un piccolo sacrificio appare insormontabile. C’è molto da fare, per tutti.

“Fare un figlio” o “prendo un cane” – con tutto l’amore e la gratitudine verso i nostri compagni domestici – è una scelta la cui distanza anche solo sul piano del linguaggio va assottigliandosi. E indica con precisione il campo nel quale oggi i nostri pensieri vadano muovendo.

Ottavia Soncini
Articolo pubblicato sul settimanale cattolico reggiano “La Libertà” del 3 luglio 2019

APPROVATA OGGI LA NUOVA LEGGE REGIONALE PER LE PERSONE SORDE

Dopo diversi anni di lavoro, oggi è stata approvata con voto unanime una nuova legge regionale a tutela dei diritti delle persone sorde, sordomute e con disabilità uditiva. Il tasso di civiltà si valuta su come e quanto ci si prende cura delle persone invisibili.

La legge, che riguarda direttamente circa 4.000 cittadini emiliano-romagnoli, definisce un quadro di risorse ed interventi pubblici volti all’inclusione sociale e lavorativa, alla facilitazione nell’accesso ai servizi sociosanitari, alla scuola, all’informazione. Vi sono poi contenute buone pratiche nel campo del diritto alla traduzione, dalla cultura allo sport.

Approvato, inoltre, un emendamento a mia firma, frutto di un confronto con Reggio Emilia Città Senza Barriere, per valorizzare le iniziative scolastiche. Quando i ragazzi, anche udenti, si trovano a condividere il percorso scolastico con allievi sordi o sordociechi o con, in generale, una disabilità uditiva, questa può diventare un’opportunità per tutti di crescita personale ed educativa. Credo sia importante richiamare il fatto che la scuola è davvero una comunità educativa complessiva.

Sono particolarmente soddisfatta per l’obiettivo raggiunto, perché il contenuto di questa legge è frutto di un lavoro con le associazioni del settore durato da anni. E anche il voto unanime dell’Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna conferma che abbiamo svolto tutti, insieme, un buon lavoro 💪.