Il mio 25 aprile a Bibbiano

25 aprile 2019 a Bibbiano. Di seguito il testo e il video del mio discorso:

Carissimi cittadini di Bibbiano, cittadine, autorità, associazioni partigiane e combattentistiche, amiche, amici;
è per me un grande onore poter condividere con voi l’orazione ufficiale in una giornata così importante.

Il 25 Aprile non è una ricorrenza qualsiasi. In essa affondano le radici dell’identità della nostra Repubblica, basata sulle tragedie del Novecento e sull’eroismo di chi scelse di donare se stesso, come atto di gratuita’, anche a prezzo della vita, pur di liberare l’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista.
Ricordiamo oggi l’estremo sacrificio dei caduti, martiri della libertà nella provincia e nella città di Reggio Emilia, medaglia d’oro al valor militare della Resistenza. Mi colpiscono le parole di Giorgio Morelli, il Solitario: “ nell’istante prima del Tramonto, mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato”.

Ricordiamo qui, nella natìa Bibbiano, la luminosa figura di don Pasquino Borghi, sacerdote la cui esistenza, riletta con gli occhi della Grande Storia, assume i connotati della profezia. Il significato della fede cristiana messa al servizio degli ideali di libertà, fraternità e giustizia. Ricordo le sue parole in presenza di Don Cocconcelli e Dossetti: “Ma si può dare la vita per la patria libera, no?”. Patria, una parola intrigante, ricca di significati e contraddizioni, per lui non era la patria dei confini, dei muri, ma della comunità, dei valori condivisi, della storia comune, della dignità dell’uomo che arriva a donare se stesso per un altro uomo. Pochi anni più tardi dal 1945, in un Paese finalmente approdato a una stagione di benessere e di rinnovata speranza nel futuro Angelo Roncalli, papa Giovanni ventitreesimo, condusse la chiesa universale nella grande stagione del Concilio ecumenico Vaticano Secondo, dove il valore assoluto della pace tra gli uomini trovò la sua piena configurazione anche attraverso l’enciclica “Pacem in Terris”.

E come non inchinarsi oggi dinanzi alla memoria dei tanti caduti innocenti, assassinati per rappresaglia come i fratelli Corradini, Giliberti, e abbracciarne idealmente i discendenti con la gratitudine di chi ha potuto vivere fuori dal gioco dell’orrore totalitario in virtù del loro sacrificio silenzioso e sublime. Mi sia consentito il ricordo di un familiare partigiano, Mario Simonazzi, Azor, vicecomandante della 76 esima Brigata SAP, io non ho mai conosciuto Azor e ho sempre sentito questa mancanza, ma sono cresciuta nel suo ricordo vivo e saldo grazie all’amore della sua famiglia e la sua profonda umanità è’ viva nei miei ideali.

Il 25 Aprile di oggi, a quasi tre quarti di secolo di distanza dai giorni entusiasti della Liberazione, riafferma con assoluta freschezza la carica ideale di allora e ci esorta a una piena comprensione dei fenomeni sociali in corso in Italia, in Europa, nel mondo.

Grazie alla generazione di allora abbiamo potuto vivere in pace per decine di anni. Grazie alla creazione dell’unità europea il continente ha finalmente consegnato alla storia dell’umanità un lungo periodo di prosperità e di pace. Eppure, nonostante l’evidenza degli insegnamenti affidatici dal Novecento, con le sue stragi mostruose e il suo carico terribile di ecatombi, lutti e miserie, nella società contemporanea riaffiorano dal sottosuolo i fantasmi dell’odio razziale, della violenza, della paura per il diverso – e di conseguenza riemergono, non più in veste di fantasmi, azioni politiche più o meno consapevolmente impregnate della forza maligna che generò le tremende sciagure delle epoche passate.

Viviamo un mondo assai lontano dall’essere in pace. Ci sono guerre e conflitti nel mondo. Attenti perché l’ingrediente del conflitto e del linguaggio di odio soprattutto verso le minoranze sta diffondendosi nel dibattito pubblico, non solo in quello politico. La pace ha il nome della politica, perché politica significa costruire pace, convivenza civile, coabitazione tra diversi, collaborazione. Se la politica non è questo, rinuncia alla sua ragione fondativa. Dobbiamo portare nel dibattito pubblico, nelle scuole, nelle famiglie, nel tempo libero la parola pace, il senso della pace. Allora faremo un bene assoluto alla nostra comunità.
Siamo parte di un mondo dove il terrorismo e la violenza accadono ancora non come residui di un passato irripetibili, ma come forme di proterva affermazione degli uomini su altri uomini.

Il grido di Eugenio Pacelli, papa Pio dodicesimo, pronunciato nell’agosto del 1939, riecheggia oggi come un monito imprescindibile: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra”.
Ma quel grido di 80 anni fa suona come un’occasione di nuovo perduta dall’umanità quando si trova a contare i 359 morti nelle chiese dello Sri Lanka nel giorno di Pasqua, incolpevoli vittime della ferocia bestiale aggravata dalla professione di fede – uno tra i segni più rilevanti, purtroppo, del primo scorcio del ventunesimo secolo.

Ascoltiamo sconsolati le parole di Massimo Cacciari, in questi minuti impegnato a Monte Sole per celebrare anch’egli il 25 Aprile in quel luogo così denso di significati, laddove ci ricorda che “una nuova Marzabotto accade ogni giorno nel mondo contemporaneo”.

Ma allora, è nostro dovere chiedere a noi stessi e alle nuove generazioni: siamo stati all’altezza della lezione dei nostri avi?
Abbiamo restituito alla loro memoria non mere rievocazioni affettive, ma l’edificazione di una società più civile, più umana, più fraterna?
Abbiamo commesso, stiamo commettendo errori?
E dinanzi alle enormi sfide del mondo di oggi, a partire dalle grandi migrazioni, siamo capaci di non cedere alla tentazione del rifiuto e dell’ostilità preconcetta nell’illusione che essa possa risolvere il disagio insito nella comprensione di fenomeni inattesi e indesiderati quale l’arrivo nel giardino di casa di stranieri di sconosciuti, che parlano un’altra lingua e magari hanno la pelle di un colore diverso dal nostro.
Occorre reagire senza perdere fiducia negli altri.
Rimettendosi in gioco, dando se stesso alla famiglia, alla comunità, alla politica, al sentirsi cittadino titolare di diritti e chiamato al rispetto dei doveri, saldo nei propri valori che sono poi i valori autentici della nostra tradizione: fraternità, accoglienza, forte senso di solidarietà e di cooperazione sociale.

Tra un mese , cari cittadini e cittadine di Bibbiano, i Paesi dell’Europa unita saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento.
Siamo più distanti che mai dall’unita ideale, politica, economica e culturale disegnata dai grandi di Ventotene durante il secondo conflitto mondiale.
La spinta propulsiva che ha dato vita all’azione politica per un’Europa unita segna il passo da tempo. Si sviluppano e crescono nuove forme più o meno improvvisate di neo-nazionalismo e neo-sovranismo. Riemergono in veste contemporanea le maschere dell’odio razziale e della xenofobia. La politica ragionevole fatica a sostenere le istituzioni ed esse talora barcollano dinanzi ai nuovi sommovimenti sociali in mezzo continente.
Il 25 Aprile, nel suo carico simbolico di giornata ideale per una nuova primavera della civiltà, indica con chiarezza da quale parte stare.
“Mai più la guerra” è l’imperativo delle persone di buona volontà ed è stato l’imperativo dei costituenti (i più giovani scrissero la prima parte della Costituzione) che avevano vissuto la tragedia della guerra e hanno scritto l’articolo 11 della Costituzione “l’Italia ripudia la guerra….”
Quando la speranza sembra perduta per sempre, e quando il nostro sentirci soli e impauriti di fronte a un futuro nel quale non vediamo luce per noi stessi e per le persone care, riportiamo alla mente quel che dovettero passare solo pochi decenni fa i martiri che oggi celebriamo e anche i civili sottoposti alle angherie della dittatura, alla miseria provocate dal conflitto, all’odio insormontabile persino tra fratelli, sorelle, vicini di casa. Riportiamo alla mente i rastrellamenti, le deportazioni, i campi di sterminio. Il male è parte della condizione umana, quali che siano le nostre provenienze individuali, le storie dei nostri antenati, le idee politiche, le religioni.

Altro che derby tra fascisti e comunisti, come ha detto incautamente un vicepresidente del Consiglio giustificando per ragioni di non commendevole opportunismo la propria deliberata assenza dalle celebrazioni odierne.
Il 25 Aprile unisce, non divide. Fino a che sapremo ricordarne il senso oltre la memoria, il futuro, per quanto difficile che sia, meriterà ancora di nutrire le nostre speranze. Grazie a tutti voi. Buon 25 aprile.