Covid: ieri, oggi, domani | Lunedì 13 luglio 20.45

Lunedì 13 luglio alle 20:45 vi aspetto al Centro Sociale Orologio di Reggio Emilia per l’iniziativa “Covid-19: ieri, oggi, domani”.

Sarà una serata per fare il punto sull’emergenza Coronavirus e per conoscere le strategie messe in campo dalla Regione Emilia-Romagna.

Insieme a me interverranno Raffaele Donini (Assessore regionale alle politiche per la salute), Luca Vecchi (Sindaco di Reggio Emilia) e Cristina Marchesi (Direttrice Generale dell’ Azienda Usl – Irccs di Reggio Emilia)

Un 8 marzo sospeso

Un 8 marzo sospeso, inatteso. Penso a diverse storie di donne. Abbiamo il 78% di infermiere donne in Italia. Sono il 52% i medici donna, un sorpasso rispetto agli uomini registrato per la prima volta quest’anno. Tante le ricercatrici. Donne che fanno il proprio lavoro con il massimo della professionalità, con dedizione, tempo e sforzi. Poi ci sono le donne dimenticate fra Idlib e il confine greco. Viene da pensare a quelle sconosciute in marcia verso una salvezza che forse non vedranno. Al loro stringere, scaldare, trascinarsi dietro i piccoli, disperatamente in cerca di qualcosa per sfamarli. Viene da pensare a che cosa deve essere, per una madre, lasciarsi indietro un piccolo corpo freddo e rigido sepolto alla meglio in un campo, e continuare a marciare: perché gli altri figli vivano. Quando il padre magari non c’è più: disperso, prigioniero, caduto. 

Tutto questo si legge nelle foto dell’esodo dei profughi se appena ci si sofferma un momento. E si intravede anche, nel cuore oscuro della guerra e della violenza, una silenziosa immane forza femminile: una vocazione a proteggere, mettere al mondo, amare, a far vivere e non a far morire. E in questo 8 marzo il pensiero va anche alle mamme, mogli, sorelle che donano la loro vita ad un famigliare non autosufficiente per prendersi cura di lui nella quotidianità. Da troppo tempo si aspetta una legge che tuteli a 360 gradi la figura del caregiver familiare, nel 70% dei casi appunto donna. Sono eroine troppo spesso invisibili e silenziose dei nostri tempi, hanno diritto al pieno riconoscimento e al sostegno dello Stato. Come le donne del nostro sistema sanitario, come le donne di Idlib.

I cattolici italiani e la politica

Testo pubblicato su La Libertà, il settimanale della Diocesi, lo scorso 18 dicembre.

Il cattolico impegnato in politica è innanzitutto un testimone, un creatore di legami, un costruttore di ponti tra diversi ambiti della società, una persona che sviluppa la cultura dell’incontro e del dialogo e che si fa prossima e vicina in primo luogo a chi è fragile. Il fine ultimo è l’uomo, la persona umana, il suo bene e la sua felicità. La costruzione di una società più solidale e giusta sono gli strumenti, la strada. C’è un enorme bacino valoriale e culturale da preservare e manutentare, a partire dal (ri)posizionare il valore della vita al centro del vivere civile, dal concepimento fino alla morte, con un cardine fondamentale rappresentato da una politica di aiuto alle famiglie e alle nascite, temi da cui scaturisce un’intera idea di civiltà.

Altro valore basilare è il lavoro, che avendo a che fare con la dignità della persona ha inevitabilmente a che fare con la vita. Il primo pensiero della giornata per un cattolico impegnato in politica non può che essere diretto al lavoro, senza lavoro crescono la povertà e le disuguaglianze. Lavoro vuol dire anche e soprattutto impresa, verso cui dobbiamo manifestare sincera vicinanza e prendere l’impegno scritto sul marmo di semplificare le procedure amministrative e quel groviglio di pratiche e di norme che rendono difficile la realizzazione di ogni progetto.  

Valori altrettanto rilevanti sono l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. Senza integrazione non vi è vera accoglienza, vero rispetto della persona e il nostro fare assumerebbe il sapore dell’occasione mancata, infatti quale finalità ha lo spirito di servizio, se non immettere nella costruzione della città dell’uomo il cemento della solidarietà e dell’amore verso l’altro? Ovviamente in una dialettica in continuo aggiornamento tra i diritti e i doveri fondamentali, come i Costituenti avevano mirabilmente enunciato. 

Per essere all’altezza di queste sfide bisogna avere delle competenze, per cui svolgono un ruolo decisivo l’arte educativa della politica e della formazione: occorre dare fiducia ai giovani cattolici impegnati in politica, investire su di loro, formarli affinché possano restituire alla politica la necessità di una tensione ideale, rafforzandone il fondamento etico e culturale. In un contesto non sempre favorevole, è fondamentale intercettare il desiderio di occuparsi del bene comune nei giovani presenti nelle realtà parrocchiali e in quelle associative e trovare chi si impegna ad educare i giovani alla politica in senso alto. Servono adulti credibili, illuminati e saggi che aiutino i cristiani che fanno politica ad agire sempre in “coerenza” con i valori evangelici e contemporaneamente nel rispetto della laicità delle scelte. Attingere linfa dai valori umani e cristiani, alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa, nel presente momento storico, è decisivo.

Situazione che si complica se partiamo dalla considerazione che la collaborazione trasversale tra cattolici è gravata da ostacoli, di fatto non esistono più le condizioni storiche che esigevano l’unità partitica dopo la Seconda guerra mondiale. Nonostante le divisioni dobbiamo lavorare alacremente nella direzione del dialogo e del confronto: c’è la necessità non rinviabile di individuare forme e tecniche di aggregazione delle energie disponibili per un’influenza unitaria, ispirata dalla fede, in vista del bene dei territori e del Paese.

Il mondo cattolico ha la possibilità di orientare le scelte della politica: penso a una rete che metta in campo riflessioni su cui le forze politiche siano chiamate a misurarsi, facendosi carico di una visione del mondo. Credo che la rete potrebbe avere l’obiettivo di pensare ad un’Europa più ‘sociale’, di pace, giusta e prospera. Un’Europa che riscopre se stessa. Se non saranno i cattolici a pretenderla, chi potrà farlo al loro posto? Dobbiamo rafforzare in modo chiaro e inequivocabile l’idea che la politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all’opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del «martirio quotidiano». 

Occorrono giovani laici cattolici, trentenni e quarantenni, e qui inserisco il mio impegno e le mie responsabilità, che sappiano cucire reti di solidarietà e di cura e che soprattutto sappiano essere il sale della terra. Sappiano cioè parlare e dialogare con tutti coloro – senza distinzione di fede e cultura – che hanno veramente a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa. Senza creare nuovi ghetti e nuovi muri. È anche una questione di linguaggio, di atteggiamento gentile, positivo e riappacificato, capace di testimoniare come l’etica cristiana sia un servizio alla libertà, alla dignità, alla qualità della vita nella società. Per passare dalla fede alla politica è necessaria una mediazione antropologica, poiché l’azione politica, che pure deve ispirarsi ai principi etici, non consiste nella realizzazione dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata situazione. Qui sta la vera grande sfida.

Concludo sottolineando quanto sia urgente la partecipazione attiva delle donne attraverso l’impegno politico perché, in questi anni, ho potuto constatare quanto l’approccio femminile alle questioni sia in molti casi diverso e complementare rispetto a quello maschile; ci contraddistinguono capacità di ascolto, generosità e concretezza. Non ne faccio, sia chiaro, una rivendicazione di genere, ma un problema concreto perché il dibattito sulle risposte alle donne, madri e lavoratrici con famiglia deve essere concreto, responsabile e poco retorico. Un obiettivo, difficile ma chiaro, è riuscire a essere donne capaci di fare e dare testimonianza in pubblico della propria fede e dei propri valori di riferimento. È con uno spirito di profonda gratitudine nei confronti del Vescovo Massimo Camisasca, per gli spunti di lettura e riflessione sul ruolo dei Cristiani nella comunità civile, che condivido questi miei semplici pensieri con i lettori.

Ottavia Soncini

Una riflessione di Paolo Santachiara, Presidente Slow Food Reggio Emilia, a Palazzo Greppi, Gualtieri, ad un incontro dai contenuti profondi “Amazzonia polmone della Terra”:

Vorrei iniziare questa riflessione con una minima inquadratura del contesto italiano sul quale queste parole cadono:

Innanzi tutto partiamo dal titolo:  “S.Vittoria del buon vivere” la considero una provocazione in quanto si innesta su un contesto dove si percepisce “un mal di vivere” e come questo mal di vivere, ci segnalano alcuni pediatri, stia colpendo una fetta importante di bambini attraverso, indolenza, fiacca,.scarsità di energie vitali

Ora queste giornate cercano di seminare consapevolezza, buoni stimoli che aiutino l’accelerazione del cambiamento, l’avvio di una piccola metamorfosi. ( Edgard Morin )

Oggi, una buona fetta di popolazione, sente paura, rabbia, incertezza, sfiducia.  Sono sentimenti dominanti che nascono dalla paura del futuro, dall’incapacità di governare la complessità, dovuta anche dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalla precarietà del lavoro.. e aggiungo io da una economia che ha messo il denaro come generatore simbolico di tutti i valori.

Non dobbiamo dimenticare che il 55% degli italiani fa uso abituale di psicofarmaci e l’Italia come sostiene Umberto Galimberti, a differenza dei paesi del Nord Europa,  ha il sole per buona parte della giornata, e dell’anno…

Un altro aspetto che sta assumendo dimensioni drammatiche è l’emersione sempre più diffusa della rabbia, dall’intolleranza verso il diverso, della identificazione di nemici, insomma assistiamo a un cammino di disumanizzazione crescente.

È inquietante la recentissima inchiesta sull’intolleranza condotta da alcune università italiane ( MI, Roma, Bari) su 215.000 tweet analizzati fra marzo e maggio 2019. Esito il 75% dei tweet è costituito da insulti rivolti a: immigrati 34%, donne 26%, musulmani 14%, disabili 12%, ebrei 8% e omosessuali 6% Questo è il quadro preoccupante che stiamo vivendo.

Zygmunt Bauman, il grande sociologo morto due anni fa, aveva ben fotografato (15 anni fa),  la nostra società e la ns vita definendola liquida, cioè incapace di conservare la propria forma, concretizzare risultati in beni duraturi, rendendo la vita precaria e piena di incertezza.

La vita liquida è una vita di consumi.

Tra le arti del vivere liquido-moderno, e le abilità che esse richiedono, è sapersi sbarazzare delle cose divenuta più importante che acquisirle.

In una società liquido-moderna, l’industria di smaltimento dei rifiuti, assume un ruolo dominante nell’ambito della economia liquida.

Venendo alla Nostra Casa Comune non dobbiamo mai perdere di vista che la situazione è drammatica.

Oggi la salute del pianeta è messa a dura prova, l’aria della pianura padana è fra le più inquinate del mondo, le acque superficiali sono per buona parte inquinate, e una percentuale importante delle acque nel profondo della terra contengono inquinanti.  La terra è stata resa sterile, annullando il suo humus, la sua fertilità naturale ed è resa produttiva solo attraverso l’uso di prodotti chimici di sintesi.

La famosa frase che venne pronunciata quasi due secoli fa dal filosofo L. Feurbach che recitava ” l’uomo è ciò che mangia “ oggi ci interpella con forza, in quanto oggi ci alimentiamo di un cibo che è diventato una merce fra le tante e non un bene prezioso curato e custodito in quanto nostro alimento prezioso e determinante per una crescita sana, armoniosa e bella.

Ora dobbiamo avere la consapevolezza che il sistema agroalimentare e gli allevamenti incidono sull’inquinamento di  CO2 del pianeta terra con il 34% del totale, cioè con la percentuale più alta rispetto alla mobilità e altre fonti inquinanti. E’ pertanto da qui che dobbiamo partire per iniziare a risanare l’ambiente e l’uomo e recuperando una intelligenza affettiva perduta.

Papa Francesco ha scritto 4 anni fa una grande enciclica, la “Laudato Si” che analizza i pericoli incombenti sulla ns casa comune.

Ha parlato di ecologia integrale, cioè come inquinamento, fragilità del pianeta e povertà sono unite, e come tutto il mondo è intimamente connesso, dall’Amazzonia a Santa Vittoria.

Ha con grande coraggio affermato come questa economia uccide, e come tante vite rischiano di diventare scarti della società.

Occorre pertanto e con urgenza prendere consapevolezza del danno provocato alla ns casa comune e con grande responsabilità operare un cambiamento radicale del ns stile di vita.

Slow Food da oltre 15 anni ha assunto alcune  parole chiave per sintetizzare i criteri da seguire quando si va a fare la spesa e precisamente:: Sano, Buono, Pulito e Giusto in un contesto di Biodiversità.

Sano, cioè il cibo che compriamo deve far bene alla salute, non può minarla per la presenza al suo interno di pesticidi, erbicidi, antibiotici, ormoni e, aggiungo,  la rabbia che gli animali cresciuti i allevamenti intensivi portano dentro per la tremenda vita che sono stati costretti a subire, in piccolissime gabbie e le loro carni sono impregnate di collera..

Buono, cioè deve essere piacevole al gusto.

Pulito, cioè per la sua produzione non deve inquinare la terra, l’aria, l’acqua.

Giusto, cioè deve dare il giusto riconoscimento economico a chi lo produce

Biodiversità, esprime la varietà di forme e l’abbondanza di specie, che rappresentano la vera ricchezza della vita sulla terra e la capacità di adattamento degli organismi alle diverse condizioni climatiche.

Semplificando si può dire che la diversità è la materia prima dell’evoluzione e l’evoluzione è il presupposto della sopravvivenza per le diverse specie esistenti.

E’ evidente che è necessario recuperare una conoscenza, una relazione con chi produce cibo, perché dalla sola etichetta non è possibile avere tutte quelle informazioni. Certamente un criterio fortemente selettivo può essere quello di orientare la spesa verso prodotti provenienti da agricoltura biologica o biodinamica, ma la via maestra è quella di rifornirsi da produttori locali e instaurare un rapporto con loro e stimolarli ad essere virtuosi.

Ora veniamo da oltre cinquanta anni di turbo capitalismo che ha portato un grande miglioramento delle condizioni economiche, ma nel contempo ha creato uno sbriciolamento sociale, un individualismo spinto, assieme a grandi diseguaglianze e a profonde fratture. Oggi sta emergendo il desiderio, sparso qua e là, in piccoli gruppi, in piccole realtà, di creare nuove forme di vita associata, di vita comune .

Occorre sempre avere presente che il fine della vita di ogni uomo è la felicità , e questa felicità la si raggiunge attraverso un vita armonica, fraterna e solidale.

Vorrei avviarmi alle conclusioni raccontando una esperienza che è nata da poco a Novellara.  Promosso da Slow Food di RE, il mese scorso, è iniziata la sperimentazione di una “ Comunità Biosolidale” cioè , una alleanza fra piccoli produttori locali e un gruppo di famiglie e piccole comunità.. Questa alleanza consiste nel creare una rete solidale dove i piccoli produttori garantiscono la produzione di prodotti sani, buoni, puliti e giusti ma avendo la certezza di avere acquirenti sicuri per una percentuale importante della loro produzione, mentre per le famiglie di essere certi della salubrità e bontà dei prodotti con prezzi equi, ma assicurando l’acquisto annuo di una percentuale di libera scelta, ma importante rispetto al consumo complessivo annuo. Tutto questo avviene stimolato da un continuo cammino culturale attraverso, ricerche, incontri, sperimentazioni, analisi dei bisogni emergenti per assicurare una vita armonica e solidale con la comunità intera. Ad esempio, 10 giorni fa abbiamo promosso un primo incontro su “Agricoltura e Alimentazione: salute della terra e dell’uomo: i primi 1000 giorni di vita” dove si ci si è soffermati sui primi 2/3 anni di vita di un bambino, tempo chiave per il suo futuro sviluppo in quanto particolarmente sensibile agli inquinanti presenti nel cibo, nell’aria e nell’acqua.

Volendo sintetizzare questa esperienza:

Perché è nata?

Per realizzare un bene comune in modo organizzato

Con quali finalità?

Garantire una alimentazione sana, buona, pulita e giusta per tutti

Ridurre fino a Interrompere l’inquinamento della terra, dell’aria, dell’acqua salvaguardando la biodiversità e salvando la nostra “Casa Comune”, il pianeta Terra.

Rendere solidale le attività di consumo alimentare riscoprendo conoscenza, relazione, solidarietà fra produttori, commercianti, ristoratori e famiglie

Rendere possibile a tutti di alimentarsi con prodotti sani sia per il prezzo equo, sia per la comoda accessibilià dei prodotti, creando, eventualmente, anche nuovi servizi per le esigenze di chi ha difficoltà di autonomia

Quali i soggetti che partecipano al progetto?

Le famiglie e piccole comunità

Piccoli imprenditori agricoli virtuosi ( Bio, Bio dinamici, o in cammino verso …)

Piccoli produttori gastronomici Bio

Commercianti Bio

Ristoratori

Associazioni

Medici

Concludo queste riflessioni con un invito: aiutiamoci, stimoliamoci, a cambiare il ns consolidato stile di vita, perché come dicevano i bambini nel filmato, abbiamo poco tempo per salvare la ns casa comune, 12 anni, si solo 12 anni.

Grazie

Perché votare Pd in Europa e nei Comuni

Si sta per concludere la campagna elettorale più difficile e al tempo stesso più entusiasmante nella storia europea. La maggioranza populista che sorregge il governo italiano ha bruciato in pochi mesi il patrimonio di credibilità e di autorevolezza costruito nei decenni da chi ci ha preceduto.
Eravamo conosciuti come il paese del Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli e di Alcide De Gasperi, il paese di Aldo Moro. Ancora alla fine degli anni Novanta eravamo il più europeista tra i Paesi fondatori, con altissime percentuali di fiducia popolare.

Si sta per concludere la campagna elettorale più difficile e al tempo stesso più entusiasmante nella storia europea.
La maggioranza populista che sorregge il governo italiano ha bruciato in pochi mesi il patrimonio di credibilità e di autorevolezza costruito nei decenni da chi ci ha preceduto.
Eravamo conosciuti come il paese del Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli e di Alcide De Gasperi, il paese di Aldo Moro. Ancora alla fine degli anni Novanta eravamo il più europeista tra i Paesi fondatori, con altissime percentuali di fiducia popolare.

Abbiamo espresso un presidente della Commissione della statura di Romano Prodi, protagonista insieme a Carlo Azeglio Ciampi del risanamento dei conti pubblici dello Stato e dell’ingresso nella moneta unica.

Oggi, a neppure un anno di distanza dalla nascita, un governo di fatto privo di un premier legittimato dal voto e nelle mani di contraenti più impegnati a fare selfie sullo smartphone che a mantenere le promesse con cui hanno illuso gran parte degli italiani, ha consegnato al mondo un paese anomalo, inaffidabile, a tratti inquietante.

Eravamo atlantisti di provata lealtà, oggi vediamo Salvini e Conte rincorrere leader apertamente xenofobi quali l’ungherese Orban e stabilire alleanze future con forze politiche di estrema destra apertamente razziste e molto vicine al neofascismo e al neonazismo riapparso in mezza Europa, Italia compresa.

Eravamo considerati forza di stabilità e pace nel Medio Oriente e nei paese del Nord Africa: ci ritroviamo privi di una strategia in politica estera, al punto di dover ascoltare dal presunto capo del governo che nella crisi libica “non stiamo né con Serraj né con Haftar”, il che equivale a dire che non sappiamo quali pesci pigliare di fronte al rischio di una guerra civile che, Dio non voglia, provocherebbe una catastrofe umanitaria destinata a creare masse di profughi in fuga diretti in larga misura verso le nostre coste. Conte, davanti al dossier più delicato, quello sulla Libia, ha ridotto la politica estera italiana ad un selfie fatto a Palermo con Serraj e Haftar da mettere su Facebook, da far rilanciare da Rocco Casalino e da troll e finti profili.

Ed eravamo la quinta potenza industriale del mondo, ripresasi dagli effetti della grande crisi del 2008 grazie ai governi di centrosinistra, e ora siamo tornati in piena recessione. Dopo le bugie dell’autunno scorso, l’esecutivo ha dovuto ammettere nel Def che l’economia italiana non vede alcuna prospettiva di crescita nel 2019 e che – anzi – l’innalzamento dell’IVA al 25%, in ossequio alle clausole di salvaguardia poste in bilancio, non è un rischio possibile, ma una scelta quantomai probabile.

Sono tre le crisi, dunque, in cui ci ha portato l’attuale Governo. La prima, una crisi internazionale: l’Italia non conta più niente, è scomparsa. La seconda, la crisi economica: iniziata con la sceneggiata dal balcone di Luigi Di Maio in cui dice di avere abolito la povertà; partono da lì le condizioni per bloccare l’economia di questo Paese. Infine, la recessione culturale ed educativa: siamo nell’età dell’odio e delle aggressioni verbali e il responsabile si chiama Matteo Salvini.

In questo quadro fosco in economia, nel sociale, nella politica estera tanti italiani sono attratti da semplificazioni estreme e da soluzioni illusorie. Il tratto che accomuna questo orientamento è la paura. Paura del futuro. Paura di non farcela ad arrivare a fine mese. Paura per i propri figli e nipoti. Paura di non poter contare sulla sicurezza delle proprie aspettative.

Viviamo in Emilia-Romagna, Regione che meglio di ogni altra ha saputo reagire alla crisi e alla depressione con la voglia di fare, il coraggio di rilanciarsi nelle proprie capacità imprenditoriali e creative in un senso di appartenenza alla comunità che ci rende più forti e più solidali.

Ma credere di essere usciti dalla spirale del declino senza agire sarebbe un errore madornale. In un paese politicamente isolato sul piano internazionale, disunito al suo interno e sempre più incline al localismo e alla chiusura in se stesso, non potrà mai esistere una prospettiva di rilancio.

I nazionalismi, quando diventano esasperati, producono ostilità e conflitti.

Delle due l’una: o si crede nell’unità dell’Europa – e allora si vota e ci si impegna nella forza di centrosinistra che pone al centro della propria azione, pur tra mille limiti, i valori intangibili della solidarietà, della fratellanza, del rispetto dell’uomo, della giustizia sociale, della libera circolazione delle idee, delle persone e del lavoro;

oppure ci si rassegna a tentazioni autoritarie, spacciate attraverso i media tradizionali e i social media come formule salvifiche e miracolistiche per chi, anche in buona fede, ci casca, consegnando la propria adesione a personaggi improvvisati, senza storia e senza competenza.

In Emilia lo sappiamo bene: pace, democrazia e prosperità derivano da una visione comune della vita. Dalla collaborazione e non dalla sfiducia. Dall’apertura al mondo e non dal sospetto. Dall’integrazione e non dall’esclusione. Dalla speranza e non dalla rassegnazione.

Impegniamoci personalmente, in queste ultime ore, parlando con famigliari, amici, conoscenti; facciamolo per i nostri figli perché un Paese che continua ad essere alimentato dall’odio e dal rifiuto dell’altro è un Paese più debole. Votare PD e far votare PD è ciò che serve, oggi, all’Italia.

Abbiamo espresso un presidente della Commissione della statura di Romano Prodi, protagonista insieme a Carlo Azeglio Ciampi del risanamento dei conti pubblici dello Stato e dell’ingresso nella moneta unica.

Oggi, a neppure un anno di distanza dalla nascita, un governo di fatto privo di un premier legittimato dal voto e nelle mani di contraenti più impegnati a fare selfie sullo smartphone che a mantenere le promesse con cui hanno illuso gran parte degli italiani, ha consegnato al mondo un paese anomalo, inaffidabile, a tratti inquietante.

Eravamo atlantisti di provata lealtà, oggi vediamo Salvini e Conte rincorrere leader apertamente xenofobi quali l’ungherese Orban e stabilire alleanze future con forze politiche di estrema destra apertamente razziste e molto vicine al neofascismo e al neonazismo riapparso in mezza Europa, Italia compresa.

Eravamo considerati forza di stabilità e pace nel Medio Oriente e nei paese del Nord Africa: ci ritroviamo privi di una strategia in politica estera, al punto di dover ascoltare dal presunto capo del governo che nella crisi libica “non stiamo né con Serraj né con Haftar”, il che equivale a dire che non sappiamo quali pesci pigliare di fronte al rischio di una guerra civile che, Dio non voglia, provocherebbe una catastrofe umanitaria destinata a creare masse di profughi in fuga diretti in larga misura verso le nostre coste. Conte, difronte al dossier più delicato, quello sulla Libia, ha ridotto la politica estera italiana ad un selfie fatto a Palermo con Serraj e Haftar da mettere su Facebook, da far rilanciare da Rocco Casalino e da troll e finti profili.

Ed eravamo la quinta potenza industriale del mondo, ripresasi dagli effetti della grande crisi del 2008 grazie ai governi di centrosinistra, e ora siamo tornati in piena recessione. Dopo le bugie dell’autunno scorso, l’esecutivo ha dovuto ammettere nel Def che l’economia italiana non vede alcuna prospettiva di crescita nel 2019 e che – anzi – l’innalzamento dell’IVA al 25%, in ossequio alle clausole di salvaguardia poste in bilancio, non è un rischio ma una scelta quantomai probabile.

Sono tre le crisi, dunque, in cui ci ha portato l’attuale Governo. La prima, una crisi internazionale: l’Italia non conta più niente, è scomparsa. La seconda, la crisi economica: iniziata con la sceneggiata dal balcone di Luigi Di Maio in cui dice di avere abolito la povertà; partono da lì le condizioni per bloccare l’economia di questo paese. Infine, la recessione culturale ed educativa: siamo nell’età dell’odio e delle aggressioni verbali e il responsabile si chiama Matteo Salvini.

In questo quadro fosco in economia, nel sociale, nella politica estera tanti italiani sono attratti da semplificazioni estreme e da soluzioni illusorie. Il tratto che accomuna questo orientamento è la paura. Paura del futuro. Paura di non farcela ad arrivare a fine mese. Paura per i propri figli e nipoti. Paura di non poter contare sulla sicurezza delle proprie aspettative.

Viviamo in Emilia-Romagna, Regione che meglio di ogni altra ha saputo reagire alla crisi e alla depressione con la voglia di fare, il coraggio di rilanciarsi nelle proprie capacità imprenditoriali e creative in un senso di appartenenza alla comunità che ci appartiene e ci rende più forti e più solidali.

Ma credere di essere usciti dalla spirale del declino senza agire sarebbe un errore madornale. In un paese politicamente isolato sul piano internazionale, disunito al suo interno e sempre più incline al localismo e alla chiusura in se stesso, non potrà mai esistere una prospettiva di rilancio.

I nazionalismi, quando diventano esasperati, producono ostilità e conflitti.

Delle due l’una: o si crede nell’unità dell’Europa – e allora si vota e ci si impegna nella forza di centrosinistra che pone al centro della propria azione, pur tra mille limiti, i valori intangibili della solidarietà, della libertà di idee, di circolazione delle persone e del lavoro, della fratellanza e della giustizia sociale;

oppure ci si rassegna a tentazioni autoritarie, spacciate attraverso i media tradizionali e i social media come formule salvifiche e miracolistiche per chi, anche in buona fede, ci casca, consegnando la propria adesione a personaggi improvvisati, senza storia e senza competenza.

In Emilia lo sappiamo bene: pace, democrazia e prosperità derivano da una visione comune della vita. Dalla collaborazione e non dalla sfiducia. Dall’apertura al mondo e non dal sospetto. Dall’integrazione e non dall’esclusione. Dalla speranza e non dalla rassegnazione.

Impegniamoci personalmente, in queste ultime ore parlando con famigliari, amici, conoscenti, facciamolo per i nostri figli perché un paese che continua ad essere alimentato dall’odio e dal rifiuto dell’altro è un paese più debole. Votare PD e far votare PD è ciò che serve, oggi, all’Italia.

Corsa ad ostacoli – Specialità femminile delle donne al lavoro

Lunedì 15 aprile presso il Centro Simonazzi(via Turri 55/a, Reggio Emilia) alle 20:45 si terrà la prima iniziativa del ciclo di incontri “Corsa ad ostacoli – Specialità femminile delle donne al lavoro“, una serie di approfondimenti dedicati al rapporto tra maternità e lavoro. 

Come viene tutelata oggi una madre lavoratrice? Cosa fare per evitare che le donne debbano scegliere tra lavoro e famiglia? Può esistere un welfare aziendale a misura di mamma? Partendo da queste domande ci metteremo in ascolto di esperti per “un bagno di realtà” sulla situazione delle madri che lavorano, sulle politiche di conciliazione lavoro/famiglia, ma anche sulla valorizzazione di esperienze di welfare aziendale nel nostro territorio.

In una breve intervista su 24Emilia, che ringrazio per la disponibilità, ho provato a spiegare il senso dell’iniziativa e quanto sia importante oggi mettere al centro del dibattito questi temi.

La serata, organizzata grazie al contributo di Camposamarotto ReMiAmo, vedrà la partecipazione di Paride Barani, commercialista iscritto all’Odcec Re, dell’imprenditore Graziano Grasselli e di Rosamaria Papaleo della Cisl Emilia Centrale.

Il mio intervento di apertura della Sessione Europea 2019 dell’Assemblea Legislativa

Signore e signori consiglieri, presidente Stefano Bonaccini e assessori regionali,

diamo il benvenuto agli ospiti che partecipano oggi alla nostra Sessione solenne in occasione della discussione e votazione della risoluzione di indirizzo sulla partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla formazione e all’attuazione dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.

Ringraziamo con particolare gratitudine Lucia Serena Rossi, Giudice della Corte di Giustizia Europea e professore di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Bologna. La sua presenza qui, oggi, professoressa Rossi, ci rende particolarmente orgogliosi poiché Lei è stata la prima giudice italiana a ricevere il prestigioso e delicato incarico nella Corte di Giustizia ospitata dal Lussemburgo. Attraverso tale incarico, l’intero assetto della magistratura italiana ha potuto colmare un gap in un settore dello Stato storicamente poco permeabile alla valorizzazione delle donne.

E a questo proposito, ricordando un appello lanciato proprio da Lei qualche tempo fa in un’intervista rilasciata a un periodico specializzato in management, faccio nostre le Sue parole: “Non esistono lavori da uomini e lavori da donna. E non credete mai che le donne in carriera non riescano al tempo stesso a costruire una famiglia”.

Gentili ospiti, non possiamo nascondere che l’annuale sessione Europea oggi celebrata avviene in un momento storico particolarmente delicato per le istituzioni del nostro Continente. La data odierna, 29 Marzo 2019, avrebbe dovuto segnare l’uscita del Regno Unito dall’Unione – e tale coincidenza l’avrebbe resa comunque una data infausta.

Ciò che sta accadendo in queste ore a Londra tiene il mondo con il fiato sospeso anche e soprattutto perché le massime istituzioni britanniche, dal referendum sulla Brexit in poi, non si sono dimostrate all’altezza di portare a termine un negoziato reso indispensabile da un mandato popolare ovviamente rispettabile ma gravido di enormi incongruenze e incognite come le vicende successive hanno dimostrato.

Abbiamo ancora negli occhi le immagini della gigantesca manifestazione avvenuta nei giorni scorsi nella capitale inglese. La petizione online affinché venga convocato un secondo referendum ha ormai raggiunto i cinque milioni di firme, il che conferma quanto il desiderio di permanenza nell’Unione batta tuttora nei cuori di una larga parte del popolo britannico.

Tuttavia, le scelte del Regno Unito, per quanto attiene alla competenza di ciascuno Stato sovrano nei propri assetti costituzionali in relazione con l’Unione Europea, vanno comunque rispettate e persino agevolate laddove si indirizzino verso una prospettiva sia imminente sia a lungo termine di reciproco scambio fondato sulla tutela dei rispettivi interessi. Non ci si schiera mai dalla parte delle altrui sventure, ma è doveroso operare a favore della propria.

Non si può negare che il tormentato percorso della cosiddetta Brexit abbia costituito uno choc nel progressivo percorso di integrazione continentale, nei suoi aspetti etici, sociali, culturali, materiali. Al momento attuale nessuno, tantomeno oltre Manica, potrebbe consultare la sfera di cristallo per prevedere e anticipare le vicende della Storia.

Eppure, e in una buona misura proprio per questo, ciò che rende preziosa la nostra Assemblea di oggi, i cui contenuti e i risultati verranno espressi nella Risoluzione conclusiva a conferma dei costanti passi avanti nel processo di integrazione che segna storicamente l’impegno dell’Emilia-Romagna, esige non la consultazione della sfera di cristallo bensì il richiamo al senso più profondo e autentico dell’essere ciascuno di noi cittadino d’Europa.

Il mondo corre velocemente e talvolta sorprende le nostre previsioni e le diffuse certezze. Solo trent’anni fa, nella cavalcata liberatoria dei Paesi orientali culminata a novembre con la caduta del Muro di Berlino, qualcuno azzardò persino l’ipotesi che la Storia, la Grande Storia, fosse metaforicamente terminata dinanzi al trionfo definitivo delle democrazie liberali.

Parve allora che la profezia di Ventotene fosse giunta a una sua straordinaria e definitiva realizzazione. Non è stato così.

Signore e signori consiglieri, presidente e assessori, gentili ospiti: l’Emilia-Romagna può essere fiera del proprio essere Regione d’Europa. Lo può essere, sia detto senza presunzione, in ciò che i nostri concittadini hanno saputo costruire sul piano della convivenza civile, dell’equilibrio sociale, della prosperità economica e dalla solidità culturale. Lo può essere grazie anche all’opera della nostra Assemblea Legislativa che non ha mai perso un minuto né risparmiato sforzi per garantire e sostenere la partecipazione ai processi di conoscenza e consapevolezza della cittadinanza europea attraverso molteplici iniziative indirizzate in particolare ai più giovani.

Ma ricordiamo, anzitutto a noi stessi, che nessuna meta è raggiunta per sempre. Di nuovo in questi anni sono stati evocati spettri di nuovi limiti, muri, confini. Il nostro compito è guardare avanti, non alle nostre spalle – se non per conservare memoria delle immani tragedie novecentesche causate dall’oblio della coscienza umana. Costruire futuro significa costruire civiltà: il diritto comunitario e il suo impatto nella vita dei cittadini, di cui ci parlerà la giudice Lucia Serena Rossi, muove certamente in questa direzione.

Un ringraziamento alla Presidente di questa Assemblea Legislativa, Simonetta Saliera, al Presidente della Prima Commissione, Massimiliano Pompignoli, alle persone, ai collaboratori e ai servizi dell’Assemblea legislativa che si occupano da anni della sessione europea con grande serietà e competenza.

Vi ringrazio e dichiaro ufficialmente aperta la Sessione Europea 2019 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna.

Il mio intervento alla Cerimonia del Premio per la Pace “Giuseppe Dossetti”

Lunedì 25 marzo 2019 ho portato i saluti della Regione Emilia-Romagna alla cerimonia del Premio per la pace “Giuseppe Dossetti” 2018/2019, l’importante riconoscimento che viene conferito ogni anno a chi si rende protagonista di meritevoli azioni di pace.

Il premio – promosso da Comune di Reggio Emilia, Comune di Cavriago, Provincia di Reggio Emilia e Regione Emilia-Romagna – è infatti attribuito sia ad associazioni con sede sul territorio nazionale sia a singoli cittadini che abbiano compiuto azioni di pace coerentemente con i principi affermati da Giuseppe Dossetti nella sua vita: un irriducibile antifascismo, l’affermazione di una democrazia reale, sostanziale, non nominalista alla quale si ispira il testo della Costituzione italiana, l’aspirazione universale alla pace e alla cooperazione fraterna fra gli individui e i popoli, il riconoscimento dei diritti della persona, il dialogo interreligioso e il rifiuto della guerra.

La Giuria del Premio è presieduta da Pierluigi Castagnetti ed è composta da Paolo Burani, sindaco del Comune di Cavriago; Chiara Piacentini del Gabinetto del Sindaco di Reggio Emilia; Luca Cattani per la Provincia di Reggio Emilia; Clementina Santi per la Regione Emilia-Romagna e Riccardo Faietti per Fondazione Manodori di Reggio Emilia.

I vincitori del premio 2018/2019 sono stati il medico di Lampedusa Pietro Bartolo e l’ex presidente di Pax Christi italiana e internazionale mons. Luigi Bettazzi, Dal 1992 Pietro Bartolo è in prima linea nell’accoglienza dei migranti giunti a Lampedusa svolgendo il difficile compito di assistenza e cura delle persone sbarcate e di ispezione dei cadaveri restituiti dal mare. E’ un sostenitore dell’accoglienza di richiedenti asilo e migranti e della necessità di corridoi umanitari contro la tratta degli esseri umani. Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi nazionale e internazionale, ha dedicato la sua vita a opere di sensibilizzazione al tema della pace, ad azioni di mediazione per il conseguimento della stessa e per il riconoscimento dei diritti umani, anche attraverso numerosissime missioni nei cinque continenti.

Per la sezione del premio riservata alle scuole, sono stati premiati Valentina Piro della classe V^ N del liceo Moro di Reggio Emilia con il testo “Cara Italia” (1 posto);Filippo, Riccardo, Fabio e Tommaso del liceo Corso di Correggio con il testo “Caro signor Einstein, Lei a che razza appartiene?” (2 posto); Chiara Rota della classe V^ L dell’istituto Scaruffi – Levi – Tricolore” di Reggio Emilia con il testo “Il bene e il male” (3 posto). Menzione speciale per Niccolò Vernia della classe V^ E del liceo Moro di Reggio per il testo “Se non lotterò per la pace, non sarò niente” e per Chiara Govi della classe I^ B del liceo Corso di Correggio per il testo “Il mio orizzonte”.

Per la sezione riservata alle associazioni il premio Dossetti è stato invece attribuito a Cisv – Comunità, impegno, servizio e volontariato di Torino per l’azione di pace “Tessendo cammini di pace”. Il premio è stato ritirato dal presidente dell’associazione Federico Perotti. Menzione speciale per l’associazione Naga di Milano, per l’azione di pace “Cura e accoglienza come azioni di pace”. Il premio è stato ritirato daFausto Fenaroli, membro del consiglio direttivo di Naga onlus.

Le associazioni reggiane vincitrici del premio sostenuto dalla Fondazione Manodori sono invece Granello di senapa per l’iniziativa “In fuga dalla Siria” (premio ritirato da Elisa Cavandoli e Chiara Burani) eAzione cattolica italiana della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla per l’azione di pace “Tent of nations. People building bridges”

Di seguito trovate il video con l’estratto del mio intervento:

Un programma politico non si inventa, si vive – la politica popolare da Sturzo a noi | Giovedì 21 febbraio

Giovedì 21 febbraio presso la Parrocchia di San Pellegrino (via Tassoni 2, Reggio Emilia) alle 20:45 si terrà l’iniziativa ”
Un programma politico non si inventa, si vive – la politica popolare da Sturzo a noi“.

A cent’anni dall’appello ai “Liberi e Forti”, una serata di riflessione per riscoprire un documento programmatico che si rivolge a ciascuno e a tutti, profondo dal punto di vista culturale e politico. L’Italia e l’Europa hanno ancora bisogno di persone “chiamate” alla libertà e alla responsabilità per una vita pubblica trasparente e corretta.

La serata, organizzata grazie al contributo dell’Associazione La Pira e Camposamarotto, vedrà la partecipazione dell’On. Flavia Piccoli Nardelli, Segretaria dell’Istituto Sturzo dal 1989 al 2013, e di Pierluigi Castagnetti. Introdurrà Don Giuseppe Dossetti.

“Ma si può anche dare la vita per la Patria libera, no?”

Dallo scorso anno la tonaca invernale che Don Pasquino Borghi indossava al momento della sua morte è esposta dentro una teca conservata nella sagrestia della Parrocchia di San Pellegrino. La scelta del luogo non è casuale. Infatti, nella fredda mattina del 10 gennaio 1944, Don Pasquino va a San Pellegrino per incontrare Don Angelo Cocconcelli, sacerdote della parrocchia e Giuseppe Dossetti. I due avvisano Don Pasquino del pericolo che egli sta correndo: i fascisti sanno che a Tapignola, dove era parroco, sta nascondendo un gruppo di alleati fuggiti della prigionia. Ne nasce un diverbio, Don Cocconcelli e Dossetti lo esortano a mandare via i resistenti. Don Pasquino risponde: “Ma dove li mando questi poveri ragazzi con 30 centimetri di neve gelata, se nessuno li vuole!”. “Ma è un pericolo mortale!”. E ancora: “Ma si può anche dare la vita per la Patria libera, no?”. Fu la domanda con cui Don Borghi chiuse la discussione.

Qualche giorno dopo fu arrestato e fucilato la mattina di 75 anni fa insieme ad altri 8 resistenti antifascisti: Ferruccio Battini, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini ed Enrico Zambonini. Fu fucilato alle spalle, la prassi riservata ai traditori.

Don Pasquino fece la sua scelta che gli costò la vita. Morì per la Patria, una parola ambigua, ricca di significati e di contraddizioni. Cos’è allora la Patria di Don Pasquino? La patria da difendere? La patria dei confini? No, è la Patria come comunità, come storia comune, come valori condivisi, come rivendicazione della dignità dell’uomo, anche a costo del sacrificio. Oggi l’Italia è un luogo dove ci sentiamo parte, dove ci sentiamo accolti e responsabilizzati. Se oggi siamo Patria, e non una mera espressione geografica, è anche grazie alle persone come Don Pasquino Borghi.