Perché votare Pd in Europa e nei Comuni

Si sta per concludere la campagna elettorale più difficile e al tempo stesso più entusiasmante nella storia europea. La maggioranza populista che sorregge il governo italiano ha bruciato in pochi mesi il patrimonio di credibilità e di autorevolezza costruito nei decenni da chi ci ha preceduto.
Eravamo conosciuti come il paese del Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli e di Alcide De Gasperi, il paese di Aldo Moro. Ancora alla fine degli anni Novanta eravamo il più europeista tra i Paesi fondatori, con altissime percentuali di fiducia popolare.

Si sta per concludere la campagna elettorale più difficile e al tempo stesso più entusiasmante nella storia europea.
La maggioranza populista che sorregge il governo italiano ha bruciato in pochi mesi il patrimonio di credibilità e di autorevolezza costruito nei decenni da chi ci ha preceduto.
Eravamo conosciuti come il paese del Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli e di Alcide De Gasperi, il paese di Aldo Moro. Ancora alla fine degli anni Novanta eravamo il più europeista tra i Paesi fondatori, con altissime percentuali di fiducia popolare.

Abbiamo espresso un presidente della Commissione della statura di Romano Prodi, protagonista insieme a Carlo Azeglio Ciampi del risanamento dei conti pubblici dello Stato e dell’ingresso nella moneta unica.

Oggi, a neppure un anno di distanza dalla nascita, un governo di fatto privo di un premier legittimato dal voto e nelle mani di contraenti più impegnati a fare selfie sullo smartphone che a mantenere le promesse con cui hanno illuso gran parte degli italiani, ha consegnato al mondo un paese anomalo, inaffidabile, a tratti inquietante.

Eravamo atlantisti di provata lealtà, oggi vediamo Salvini e Conte rincorrere leader apertamente xenofobi quali l’ungherese Orban e stabilire alleanze future con forze politiche di estrema destra apertamente razziste e molto vicine al neofascismo e al neonazismo riapparso in mezza Europa, Italia compresa.

Eravamo considerati forza di stabilità e pace nel Medio Oriente e nei paese del Nord Africa: ci ritroviamo privi di una strategia in politica estera, al punto di dover ascoltare dal presunto capo del governo che nella crisi libica “non stiamo né con Serraj né con Haftar”, il che equivale a dire che non sappiamo quali pesci pigliare di fronte al rischio di una guerra civile che, Dio non voglia, provocherebbe una catastrofe umanitaria destinata a creare masse di profughi in fuga diretti in larga misura verso le nostre coste. Conte, davanti al dossier più delicato, quello sulla Libia, ha ridotto la politica estera italiana ad un selfie fatto a Palermo con Serraj e Haftar da mettere su Facebook, da far rilanciare da Rocco Casalino e da troll e finti profili.

Ed eravamo la quinta potenza industriale del mondo, ripresasi dagli effetti della grande crisi del 2008 grazie ai governi di centrosinistra, e ora siamo tornati in piena recessione. Dopo le bugie dell’autunno scorso, l’esecutivo ha dovuto ammettere nel Def che l’economia italiana non vede alcuna prospettiva di crescita nel 2019 e che – anzi – l’innalzamento dell’IVA al 25%, in ossequio alle clausole di salvaguardia poste in bilancio, non è un rischio possibile, ma una scelta quantomai probabile.

Sono tre le crisi, dunque, in cui ci ha portato l’attuale Governo. La prima, una crisi internazionale: l’Italia non conta più niente, è scomparsa. La seconda, la crisi economica: iniziata con la sceneggiata dal balcone di Luigi Di Maio in cui dice di avere abolito la povertà; partono da lì le condizioni per bloccare l’economia di questo Paese. Infine, la recessione culturale ed educativa: siamo nell’età dell’odio e delle aggressioni verbali e il responsabile si chiama Matteo Salvini.

In questo quadro fosco in economia, nel sociale, nella politica estera tanti italiani sono attratti da semplificazioni estreme e da soluzioni illusorie. Il tratto che accomuna questo orientamento è la paura. Paura del futuro. Paura di non farcela ad arrivare a fine mese. Paura per i propri figli e nipoti. Paura di non poter contare sulla sicurezza delle proprie aspettative.

Viviamo in Emilia-Romagna, Regione che meglio di ogni altra ha saputo reagire alla crisi e alla depressione con la voglia di fare, il coraggio di rilanciarsi nelle proprie capacità imprenditoriali e creative in un senso di appartenenza alla comunità che ci rende più forti e più solidali.

Ma credere di essere usciti dalla spirale del declino senza agire sarebbe un errore madornale. In un paese politicamente isolato sul piano internazionale, disunito al suo interno e sempre più incline al localismo e alla chiusura in se stesso, non potrà mai esistere una prospettiva di rilancio.

I nazionalismi, quando diventano esasperati, producono ostilità e conflitti.

Delle due l’una: o si crede nell’unità dell’Europa – e allora si vota e ci si impegna nella forza di centrosinistra che pone al centro della propria azione, pur tra mille limiti, i valori intangibili della solidarietà, della fratellanza, del rispetto dell’uomo, della giustizia sociale, della libera circolazione delle idee, delle persone e del lavoro;

oppure ci si rassegna a tentazioni autoritarie, spacciate attraverso i media tradizionali e i social media come formule salvifiche e miracolistiche per chi, anche in buona fede, ci casca, consegnando la propria adesione a personaggi improvvisati, senza storia e senza competenza.

In Emilia lo sappiamo bene: pace, democrazia e prosperità derivano da una visione comune della vita. Dalla collaborazione e non dalla sfiducia. Dall’apertura al mondo e non dal sospetto. Dall’integrazione e non dall’esclusione. Dalla speranza e non dalla rassegnazione.

Impegniamoci personalmente, in queste ultime ore, parlando con famigliari, amici, conoscenti; facciamolo per i nostri figli perché un Paese che continua ad essere alimentato dall’odio e dal rifiuto dell’altro è un Paese più debole. Votare PD e far votare PD è ciò che serve, oggi, all’Italia.

Abbiamo espresso un presidente della Commissione della statura di Romano Prodi, protagonista insieme a Carlo Azeglio Ciampi del risanamento dei conti pubblici dello Stato e dell’ingresso nella moneta unica.

Oggi, a neppure un anno di distanza dalla nascita, un governo di fatto privo di un premier legittimato dal voto e nelle mani di contraenti più impegnati a fare selfie sullo smartphone che a mantenere le promesse con cui hanno illuso gran parte degli italiani, ha consegnato al mondo un paese anomalo, inaffidabile, a tratti inquietante.

Eravamo atlantisti di provata lealtà, oggi vediamo Salvini e Conte rincorrere leader apertamente xenofobi quali l’ungherese Orban e stabilire alleanze future con forze politiche di estrema destra apertamente razziste e molto vicine al neofascismo e al neonazismo riapparso in mezza Europa, Italia compresa.

Eravamo considerati forza di stabilità e pace nel Medio Oriente e nei paese del Nord Africa: ci ritroviamo privi di una strategia in politica estera, al punto di dover ascoltare dal presunto capo del governo che nella crisi libica “non stiamo né con Serraj né con Haftar”, il che equivale a dire che non sappiamo quali pesci pigliare di fronte al rischio di una guerra civile che, Dio non voglia, provocherebbe una catastrofe umanitaria destinata a creare masse di profughi in fuga diretti in larga misura verso le nostre coste. Conte, difronte al dossier più delicato, quello sulla Libia, ha ridotto la politica estera italiana ad un selfie fatto a Palermo con Serraj e Haftar da mettere su Facebook, da far rilanciare da Rocco Casalino e da troll e finti profili.

Ed eravamo la quinta potenza industriale del mondo, ripresasi dagli effetti della grande crisi del 2008 grazie ai governi di centrosinistra, e ora siamo tornati in piena recessione. Dopo le bugie dell’autunno scorso, l’esecutivo ha dovuto ammettere nel Def che l’economia italiana non vede alcuna prospettiva di crescita nel 2019 e che – anzi – l’innalzamento dell’IVA al 25%, in ossequio alle clausole di salvaguardia poste in bilancio, non è un rischio ma una scelta quantomai probabile.

Sono tre le crisi, dunque, in cui ci ha portato l’attuale Governo. La prima, una crisi internazionale: l’Italia non conta più niente, è scomparsa. La seconda, la crisi economica: iniziata con la sceneggiata dal balcone di Luigi Di Maio in cui dice di avere abolito la povertà; partono da lì le condizioni per bloccare l’economia di questo paese. Infine, la recessione culturale ed educativa: siamo nell’età dell’odio e delle aggressioni verbali e il responsabile si chiama Matteo Salvini.

In questo quadro fosco in economia, nel sociale, nella politica estera tanti italiani sono attratti da semplificazioni estreme e da soluzioni illusorie. Il tratto che accomuna questo orientamento è la paura. Paura del futuro. Paura di non farcela ad arrivare a fine mese. Paura per i propri figli e nipoti. Paura di non poter contare sulla sicurezza delle proprie aspettative.

Viviamo in Emilia-Romagna, Regione che meglio di ogni altra ha saputo reagire alla crisi e alla depressione con la voglia di fare, il coraggio di rilanciarsi nelle proprie capacità imprenditoriali e creative in un senso di appartenenza alla comunità che ci appartiene e ci rende più forti e più solidali.

Ma credere di essere usciti dalla spirale del declino senza agire sarebbe un errore madornale. In un paese politicamente isolato sul piano internazionale, disunito al suo interno e sempre più incline al localismo e alla chiusura in se stesso, non potrà mai esistere una prospettiva di rilancio.

I nazionalismi, quando diventano esasperati, producono ostilità e conflitti.

Delle due l’una: o si crede nell’unità dell’Europa – e allora si vota e ci si impegna nella forza di centrosinistra che pone al centro della propria azione, pur tra mille limiti, i valori intangibili della solidarietà, della libertà di idee, di circolazione delle persone e del lavoro, della fratellanza e della giustizia sociale;

oppure ci si rassegna a tentazioni autoritarie, spacciate attraverso i media tradizionali e i social media come formule salvifiche e miracolistiche per chi, anche in buona fede, ci casca, consegnando la propria adesione a personaggi improvvisati, senza storia e senza competenza.

In Emilia lo sappiamo bene: pace, democrazia e prosperità derivano da una visione comune della vita. Dalla collaborazione e non dalla sfiducia. Dall’apertura al mondo e non dal sospetto. Dall’integrazione e non dall’esclusione. Dalla speranza e non dalla rassegnazione.

Impegniamoci personalmente, in queste ultime ore parlando con famigliari, amici, conoscenti, facciamolo per i nostri figli perché un paese che continua ad essere alimentato dall’odio e dal rifiuto dell’altro è un paese più debole. Votare PD e far votare PD è ciò che serve, oggi, all’Italia.

Corsa ad ostacoli – Specialità femminile delle donne al lavoro

Lunedì 15 aprile presso il Centro Simonazzi(via Turri 55/a, Reggio Emilia) alle 20:45 si terrà la prima iniziativa del ciclo di incontri “Corsa ad ostacoli – Specialità femminile delle donne al lavoro“, una serie di approfondimenti dedicati al rapporto tra maternità e lavoro. 

Come viene tutelata oggi una madre lavoratrice? Cosa fare per evitare che le donne debbano scegliere tra lavoro e famiglia? Può esistere un welfare aziendale a misura di mamma? Partendo da queste domande ci metteremo in ascolto di esperti per “un bagno di realtà” sulla situazione delle madri che lavorano, sulle politiche di conciliazione lavoro/famiglia, ma anche sulla valorizzazione di esperienze di welfare aziendale nel nostro territorio.

In una breve intervista su 24Emilia, che ringrazio per la disponibilità, ho provato a spiegare il senso dell’iniziativa e quanto sia importante oggi mettere al centro del dibattito questi temi.

La serata, organizzata grazie al contributo di Camposamarotto ReMiAmo, vedrà la partecipazione di Paride Barani, commercialista iscritto all’Odcec Re, dell’imprenditore Graziano Grasselli e di Rosamaria Papaleo della Cisl Emilia Centrale.

Il mio intervento di apertura della Sessione Europea 2019 dell’Assemblea Legislativa

Signore e signori consiglieri, presidente Stefano Bonaccini e assessori regionali,

diamo il benvenuto agli ospiti che partecipano oggi alla nostra Sessione solenne in occasione della discussione e votazione della risoluzione di indirizzo sulla partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla formazione e all’attuazione dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.

Ringraziamo con particolare gratitudine Lucia Serena Rossi, Giudice della Corte di Giustizia Europea e professore di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Bologna. La sua presenza qui, oggi, professoressa Rossi, ci rende particolarmente orgogliosi poiché Lei è stata la prima giudice italiana a ricevere il prestigioso e delicato incarico nella Corte di Giustizia ospitata dal Lussemburgo. Attraverso tale incarico, l’intero assetto della magistratura italiana ha potuto colmare un gap in un settore dello Stato storicamente poco permeabile alla valorizzazione delle donne.

E a questo proposito, ricordando un appello lanciato proprio da Lei qualche tempo fa in un’intervista rilasciata a un periodico specializzato in management, faccio nostre le Sue parole: “Non esistono lavori da uomini e lavori da donna. E non credete mai che le donne in carriera non riescano al tempo stesso a costruire una famiglia”.

Gentili ospiti, non possiamo nascondere che l’annuale sessione Europea oggi celebrata avviene in un momento storico particolarmente delicato per le istituzioni del nostro Continente. La data odierna, 29 Marzo 2019, avrebbe dovuto segnare l’uscita del Regno Unito dall’Unione – e tale coincidenza l’avrebbe resa comunque una data infausta.

Ciò che sta accadendo in queste ore a Londra tiene il mondo con il fiato sospeso anche e soprattutto perché le massime istituzioni britanniche, dal referendum sulla Brexit in poi, non si sono dimostrate all’altezza di portare a termine un negoziato reso indispensabile da un mandato popolare ovviamente rispettabile ma gravido di enormi incongruenze e incognite come le vicende successive hanno dimostrato.

Abbiamo ancora negli occhi le immagini della gigantesca manifestazione avvenuta nei giorni scorsi nella capitale inglese. La petizione online affinché venga convocato un secondo referendum ha ormai raggiunto i cinque milioni di firme, il che conferma quanto il desiderio di permanenza nell’Unione batta tuttora nei cuori di una larga parte del popolo britannico.

Tuttavia, le scelte del Regno Unito, per quanto attiene alla competenza di ciascuno Stato sovrano nei propri assetti costituzionali in relazione con l’Unione Europea, vanno comunque rispettate e persino agevolate laddove si indirizzino verso una prospettiva sia imminente sia a lungo termine di reciproco scambio fondato sulla tutela dei rispettivi interessi. Non ci si schiera mai dalla parte delle altrui sventure, ma è doveroso operare a favore della propria.

Non si può negare che il tormentato percorso della cosiddetta Brexit abbia costituito uno choc nel progressivo percorso di integrazione continentale, nei suoi aspetti etici, sociali, culturali, materiali. Al momento attuale nessuno, tantomeno oltre Manica, potrebbe consultare la sfera di cristallo per prevedere e anticipare le vicende della Storia.

Eppure, e in una buona misura proprio per questo, ciò che rende preziosa la nostra Assemblea di oggi, i cui contenuti e i risultati verranno espressi nella Risoluzione conclusiva a conferma dei costanti passi avanti nel processo di integrazione che segna storicamente l’impegno dell’Emilia-Romagna, esige non la consultazione della sfera di cristallo bensì il richiamo al senso più profondo e autentico dell’essere ciascuno di noi cittadino d’Europa.

Il mondo corre velocemente e talvolta sorprende le nostre previsioni e le diffuse certezze. Solo trent’anni fa, nella cavalcata liberatoria dei Paesi orientali culminata a novembre con la caduta del Muro di Berlino, qualcuno azzardò persino l’ipotesi che la Storia, la Grande Storia, fosse metaforicamente terminata dinanzi al trionfo definitivo delle democrazie liberali.

Parve allora che la profezia di Ventotene fosse giunta a una sua straordinaria e definitiva realizzazione. Non è stato così.

Signore e signori consiglieri, presidente e assessori, gentili ospiti: l’Emilia-Romagna può essere fiera del proprio essere Regione d’Europa. Lo può essere, sia detto senza presunzione, in ciò che i nostri concittadini hanno saputo costruire sul piano della convivenza civile, dell’equilibrio sociale, della prosperità economica e dalla solidità culturale. Lo può essere grazie anche all’opera della nostra Assemblea Legislativa che non ha mai perso un minuto né risparmiato sforzi per garantire e sostenere la partecipazione ai processi di conoscenza e consapevolezza della cittadinanza europea attraverso molteplici iniziative indirizzate in particolare ai più giovani.

Ma ricordiamo, anzitutto a noi stessi, che nessuna meta è raggiunta per sempre. Di nuovo in questi anni sono stati evocati spettri di nuovi limiti, muri, confini. Il nostro compito è guardare avanti, non alle nostre spalle – se non per conservare memoria delle immani tragedie novecentesche causate dall’oblio della coscienza umana. Costruire futuro significa costruire civiltà: il diritto comunitario e il suo impatto nella vita dei cittadini, di cui ci parlerà la giudice Lucia Serena Rossi, muove certamente in questa direzione.

Un ringraziamento alla Presidente di questa Assemblea Legislativa, Simonetta Saliera, al Presidente della Prima Commissione, Massimiliano Pompignoli, alle persone, ai collaboratori e ai servizi dell’Assemblea legislativa che si occupano da anni della sessione europea con grande serietà e competenza.

Vi ringrazio e dichiaro ufficialmente aperta la Sessione Europea 2019 dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna.

Il mio intervento alla Cerimonia del Premio per la Pace “Giuseppe Dossetti”

Lunedì 25 marzo 2019 ho portato i saluti della Regione Emilia-Romagna alla cerimonia del Premio per la pace “Giuseppe Dossetti” 2018/2019, l’importante riconoscimento che viene conferito ogni anno a chi si rende protagonista di meritevoli azioni di pace.

Il premio – promosso da Comune di Reggio Emilia, Comune di Cavriago, Provincia di Reggio Emilia e Regione Emilia-Romagna – è infatti attribuito sia ad associazioni con sede sul territorio nazionale sia a singoli cittadini che abbiano compiuto azioni di pace coerentemente con i principi affermati da Giuseppe Dossetti nella sua vita: un irriducibile antifascismo, l’affermazione di una democrazia reale, sostanziale, non nominalista alla quale si ispira il testo della Costituzione italiana, l’aspirazione universale alla pace e alla cooperazione fraterna fra gli individui e i popoli, il riconoscimento dei diritti della persona, il dialogo interreligioso e il rifiuto della guerra.

La Giuria del Premio è presieduta da Pierluigi Castagnetti ed è composta da Paolo Burani, sindaco del Comune di Cavriago; Chiara Piacentini del Gabinetto del Sindaco di Reggio Emilia; Luca Cattani per la Provincia di Reggio Emilia; Clementina Santi per la Regione Emilia-Romagna e Riccardo Faietti per Fondazione Manodori di Reggio Emilia.

I vincitori del premio 2018/2019 sono stati il medico di Lampedusa Pietro Bartolo e l’ex presidente di Pax Christi italiana e internazionale mons. Luigi Bettazzi, Dal 1992 Pietro Bartolo è in prima linea nell’accoglienza dei migranti giunti a Lampedusa svolgendo il difficile compito di assistenza e cura delle persone sbarcate e di ispezione dei cadaveri restituiti dal mare. E’ un sostenitore dell’accoglienza di richiedenti asilo e migranti e della necessità di corridoi umanitari contro la tratta degli esseri umani. Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi nazionale e internazionale, ha dedicato la sua vita a opere di sensibilizzazione al tema della pace, ad azioni di mediazione per il conseguimento della stessa e per il riconoscimento dei diritti umani, anche attraverso numerosissime missioni nei cinque continenti.

Per la sezione del premio riservata alle scuole, sono stati premiati Valentina Piro della classe V^ N del liceo Moro di Reggio Emilia con il testo “Cara Italia” (1 posto);Filippo, Riccardo, Fabio e Tommaso del liceo Corso di Correggio con il testo “Caro signor Einstein, Lei a che razza appartiene?” (2 posto); Chiara Rota della classe V^ L dell’istituto Scaruffi – Levi – Tricolore” di Reggio Emilia con il testo “Il bene e il male” (3 posto). Menzione speciale per Niccolò Vernia della classe V^ E del liceo Moro di Reggio per il testo “Se non lotterò per la pace, non sarò niente” e per Chiara Govi della classe I^ B del liceo Corso di Correggio per il testo “Il mio orizzonte”.

Per la sezione riservata alle associazioni il premio Dossetti è stato invece attribuito a Cisv – Comunità, impegno, servizio e volontariato di Torino per l’azione di pace “Tessendo cammini di pace”. Il premio è stato ritirato dal presidente dell’associazione Federico Perotti. Menzione speciale per l’associazione Naga di Milano, per l’azione di pace “Cura e accoglienza come azioni di pace”. Il premio è stato ritirato daFausto Fenaroli, membro del consiglio direttivo di Naga onlus.

Le associazioni reggiane vincitrici del premio sostenuto dalla Fondazione Manodori sono invece Granello di senapa per l’iniziativa “In fuga dalla Siria” (premio ritirato da Elisa Cavandoli e Chiara Burani) eAzione cattolica italiana della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla per l’azione di pace “Tent of nations. People building bridges”

Di seguito trovate il video con l’estratto del mio intervento:

Un programma politico non si inventa, si vive – la politica popolare da Sturzo a noi | Giovedì 21 febbraio

Giovedì 21 febbraio presso la Parrocchia di San Pellegrino (via Tassoni 2, Reggio Emilia) alle 20:45 si terrà l’iniziativa ”
Un programma politico non si inventa, si vive – la politica popolare da Sturzo a noi“.

A cent’anni dall’appello ai “Liberi e Forti”, una serata di riflessione per riscoprire un documento programmatico che si rivolge a ciascuno e a tutti, profondo dal punto di vista culturale e politico. L’Italia e l’Europa hanno ancora bisogno di persone “chiamate” alla libertà e alla responsabilità per una vita pubblica trasparente e corretta.

La serata, organizzata grazie al contributo dell’Associazione La Pira e Camposamarotto, vedrà la partecipazione dell’On. Flavia Piccoli Nardelli, Segretaria dell’Istituto Sturzo dal 1989 al 2013, e di Pierluigi Castagnetti. Introdurrà Don Giuseppe Dossetti.

“Ma si può anche dare la vita per la Patria libera, no?”

Dallo scorso anno la tonaca invernale che Don Pasquino Borghi indossava al momento della sua morte è esposta dentro una teca conservata nella sagrestia della Parrocchia di San Pellegrino. La scelta del luogo non è casuale. Infatti, nella fredda mattina del 10 gennaio 1944, Don Pasquino va a San Pellegrino per incontrare Don Angelo Cocconcelli, sacerdote della parrocchia e Giuseppe Dossetti. I due avvisano Don Pasquino del pericolo che egli sta correndo: i fascisti sanno che a Tapignola, dove era parroco, sta nascondendo un gruppo di alleati fuggiti della prigionia. Ne nasce un diverbio, Don Cocconcelli e Dossetti lo esortano a mandare via i resistenti. Don Pasquino risponde: “Ma dove li mando questi poveri ragazzi con 30 centimetri di neve gelata, se nessuno li vuole!”. “Ma è un pericolo mortale!”. E ancora: “Ma si può anche dare la vita per la Patria libera, no?”. Fu la domanda con cui Don Borghi chiuse la discussione.

Qualche giorno dopo fu arrestato e fucilato la mattina di 75 anni fa insieme ad altri 8 resistenti antifascisti: Ferruccio Battini, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini ed Enrico Zambonini. Fu fucilato alle spalle, la prassi riservata ai traditori.

Don Pasquino fece la sua scelta che gli costò la vita. Morì per la Patria, una parola ambigua, ricca di significati e di contraddizioni. Cos’è allora la Patria di Don Pasquino? La patria da difendere? La patria dei confini? No, è la Patria come comunità, come storia comune, come valori condivisi, come rivendicazione della dignità dell’uomo, anche a costo del sacrificio. Oggi l’Italia è un luogo dove ci sentiamo parte, dove ci sentiamo accolti e responsabilizzati. Se oggi siamo Patria, e non una mera espressione geografica, è anche grazie alle persone come Don Pasquino Borghi.

Il mio intervento al Galvani-Iodi per la festa “20.30.50….anni – La scuola al servizio della persona”

Sabato mattina sono intervenuta all’Istituto Professionale Galvani-Iodi all’evento “20.30.50….anni – La scuola al servizio della persona”. Qua potete trovare i pensieri che ho espresso nel mio discorso:

“Oggi all’istituto superiore Galvani Iodi. 20, 30, 50 anni di scuola al servizio della persona. Storie di giovani, di ragazzi e ragazze che hanno voglia di essere protagonisti del loro futuro. Storie di innovazione: l’uso consapevole delle mani che si lega alla conoscenza. Un imparare facendo, un apprendimento laboratoriale, non solo lo studio che passa sui banchi di scuola. Una formazione di serie A che permette al nostro sistema produttivo di offrire bravi ottici, bravi odontotecnici, brave persone che si prendano cura di anziani, persone disabili e bambini.

Tantissime le esperienze dei ragazzi in stage all’estero, nell’approfondimento di tematiche legate alla cittadinanza attiva, nell’alternativa scuola-lavoro, una anticipazione fatta qua di quelle che sono poi diventate le norme nazionali. Sempre a contatto con il tessuto sociale attraverso le esperienze nelle strutture socio-sanitarie grazie alla sinergia con le realtà del territorio (troppe per essere citate tutte) che collaborano con l’Istituto.

Una scuola che prepara professionisti, con una attenzione legata anche a progetti di solidarietà come “Accendiamo la vista”, “Leave in Madagascar” o l’interessante convenzione con Ausl e Caritas per un progetto che consente di fare protesi dentarie per non abbienti.

E ancora, un istituto che mette in campo attività legate a teatro, sport, volontariato, prevenzione, legalità per fare emergere talenti nei ragazzi. Ho raccontato loro che sono davvero una grande scommessa per chi vive nelle istituzioni e che la Regione pensa e si occupa di loro. A noi interessa che i giovani trovino lavoro, a noi interessa mettere al centro le persone, mettere a frutto i talenti, le competenze. È importante preoccuparsi di crescere in una sfera comunitaria di benessere non solo economico ma anche relazionale. Abbiamo la fortuna di avere sul nostro territorio una scuola come il Galvani-Iodi che non solo insegna ma che crea cittadinanza attiva e che contribuisce al successo scolastico e a quello sociale.”

Più grande e sicura la scuola di Vezzano sul Crostolo

Adeguamento sismico, ristrutturazione degli spazi esistenti e ampliamento del plesso scolastico di Vezzano sul Crostolo, in provincia di Reggio Emilia, oltre al consolidamento sismico e al rinnovo dei locali della scuola della frazione La Vecchia.

Il progetto, del costo totale di oltre 1 milione e 300mila euro, è stato finanziato in parte attraverso un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti dell’amministrazione comunale e per circa 670mila euro dalla Regione attraverso il Piano regionale di edilizia scolastica sostenuto con i mutui Bei (Banca europea degli investimenti).

Edilizia scolastica: in provincia di Reggio Emilia 66 interventi in tre anni, investiti 50 milioni

Dal 2015 a oggi, in Emilia-Romagna sono stati effettuati o sono in corso di esecuzione o sono già programmati nelle scuole 720 interventi di ristrutturazione, miglioramento sismico, messa in sicurezza, efficientamento energetico di immobili, nuove scuole o palestre scolastiche. L’investimento complessivo è di oltre 447 milioni di euro.

Nel triennio 2015-2017, nella provincia di Reggio Emilia gli investimenti hanno riguardato 66 interventi per i quali sono stati stanziati oltre 41 milioni di euro fra Mutui Bei, Fondi di sviluppo e coesione e quelli destinati alla sismica, per un investimento complessivo, co-finanziamenti compresi, arrivato a 49 milioni. La programmazione dei 135 milioni stanziati di recente, riguarda anche 10 nuovi interventi nel reggiano.

Regione e Territorio: strategie e progetti | Martedì 4 settembre ore 21.00 | Festareggio

Martedì 4 settembre vi aspetto alle 21:00 presso Piazza Grande di Festareggio per l’iniziativa “Regione e Territorio: strategie e progetti“.

Saranno presenti Raffaele Donini (Assessore ai trasporti e infrastrutture Regione ER), Marcello Moretti (Consigliere provinciale delegato alle infrastrtture) e Alex Pratissoli (Assessore all’urbanistica Comune Re).

Per ciascuna persona e impresa, per la politica e la comunità, prima o poi arriva il momento di prendere una posizione perché giusta.

La Regione Emilia-Romagna non si piega, non si ferma: da nessuna parte al mondo si è mai visto un paese che cresca senza investimenti nelle infrastrutture. Il Governo Legastellato non si è espresso in modo chiaro sul futuro di opere attese da decenni dal nostro territorio, come la Cispadana, la bretella di Rivalta, la tangenziale di Rubiera, la tangenziale di Fogliano, la tangenziale nord di Reggio.

Martedì sera parleremo di questo, di mobilità sostenibile e consumo di suolo; insomma, proveremo a parlare insieme di futuro.